·Oscar al giornalismo·

#ilcasoSpotlight (Regia: Thomas McCharthy. Con: Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Michael Keaton, Stanley Tucci, Liev Schreiber, Billy Crudup, John Slattery, Len Cariou, Jamey Sheridan. Genere: drammatico)

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La prima cosa che ho pensato dopo l’ultimo, ma proprio l’ultimo titolo di coda (ho una mania su questo, mi perdonerete) è: un grande anno il 2016 se l’Oscar per il miglior film è stato assegnato a Il caso Spotlight. Ma non perché si tratti di un capolavoro del cinema, sebbene il film sia, in tutto, sotto il profilo tecnico, perfetto: dall’interpretazione degli attori alla fotografia all’ambientazione ai dialoghi al ritmo. Bensì perché comunque, anche negli anni 2000, non è banale vedere premiata un’opera (vera, perché di realtà vissuta e subita parla) che affronta “di petto”, con lo spirito del cronista, un tema come la pedofilia nella chiesa cattolica. Si tratta di fatti realmente accaduti, nel 2001 ed a seguire, proprio nell’anno delle torri gemelle, quando attaccare con un’inchiesta giornalistica quell’istituzione poteva essere una scelta impossibile da sostenere. Invece è accaduto, come è accaduto che a questo film è stato dato l’Oscar. E perché le cose accadano (in direzione ostinata e contraria) ci vuole un outsider: in questo caso un nuovo direttore del Boston Globe scapolo, di religione ebraica e che odia il baseball. Grazie all’elemento estraneo, alla sua indifferenza per i solidi principi della borghesia bostoniana, ciò che sino a quel momento (per 25 anni) era stato messo sotto il tappeto da tutti viene gradualmente manifestando la sua mostruosità, attraverso il lavoro di inchiesta di un gruppo di giornalisti chiamato Spotlight. Davide contro Golia, perché la chiesa è un osso duro (“ragiona in termini di secoli, lei ha la forza di affrontarla?”) e, se ci sono di mezzo anche i tribunali, “dipende dal giudice, da quale parrocchia frequenta”. Uno degli aspetti più esaltanti del film è la passione che si percepisce in quel lavoro, il senso vero del lavoro del giornalista: scoprire la verità dei fatti e raccontarla ai lettori. Ed il nuovo direttore, l’outsider per eccellenza, dice (di fronte al tentativo del cardinale di creare alleanze): “personalmente ritengo che perché un giornale svolga bene la sua funzione debba agire da solo”. La battuta vale l’Oscar, anche perché, nella realtà, quei giornalisti di coraggio ne hanno avuto da vendere e non possiamo nasconderci dietro ad un dito: non è all’ordine del giorno, è raro ed anche rischioso, il coraggio. Il film poi focalizza senza fronzoli la causa del fenomeno “di rilevanza psichiatrica” di cui parla: la castità. C’è ben poco da aggiungere. Partire dal voto di castità. Alla fine però lo stupore, con un po’ di amarezza: scoprire che il cardinale che per decenni era riuscito a coprire tutto con la complicità di schiere di avvocati e della solida società bostoniana è stato “trasferito” a Roma, nella basilica di Santa Maria Maggiore, nel cuore della nostra capitale. Ed accorgermi che nel lunghissimo elenco di luoghi coinvolti nelle indagini giornalistiche degli anni successivi mai, dico mai, compariva una città italiana. Forse il clima mite del Bel Paese non fa degenerare la psiche delle persone votate alla castità. Forse. 

Il trailer del film lo vedete qui




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