·Orologi·

Questa settimana mi viene da scrivere di orologi.

Del primo che ho avuto, un orologio della Timex, quando avevo sei anni, regalo dello zio che era appena tornato a vivere a Roma. Un orologio meccanico, a carica manuale. 

Di quelli che vedevo al polso degli adulti. Con il cinturino di cuoio, in genere nero, la cassa dorata, il disegno che già allora mi appariva di un’altra epoca. In qualche caso, invece, il cinturino era di acciaio o di gomma, la linea sportiva, la ghiera girevole, tipico degli orologi subacquei.

Poi c’erano gli orologi da donna. Con i cinturini filiformi, il quadrante minuscolo, le lancette difficilmente distinguibili. 

Di lì a poco, tra le fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80, divennero di massa gli orologi al quarzo, con il display digitale. Segno di modernità, di progresso tecnologico. E tutti allora, soprattutto noi che stavamo per entrare nell’adolescenza, ci lanciammo su questo nuovo prodotto, che stava a noi come lo smartphone sta alla generazione nativa digitale. Un prodotto, tra l’altro, assai più economico degli orologi classici. Un orologio al quarzo, con display digitale, la data riportata a giorni, mesi e anni, e, novità delle novità, il cronometro, che pareva quasi non si potesse vivere senza, era davvero alla portata di tutti. Miracoli dell’economia giapponese. 

La moda dell’orologio con display digitale durò poco, non invece la tecnologia al quarzo, che venne anzi utilizzata per riprodurre in versione economica anche gli orologi di forma classica.

In quel contesto, eravamo oramai nei plasticosi anni ’80, irruppero sul mercato gli orologi della Swatch, di plastica, appunto, e fu un successo clamoroso, nessuno poté sottrarsi all’obbligo di possederne uno, tanto che persino mio zio, di approccio super classico e vero intenditore di orologi, se ne comprò qualche esemplare.

A un certo punto mi resi conto che degli orologi potevano distinguersi due mondi diversi; il mondo degli orologi al quarzo (che avessero o meno il display digitale) e il mondo degli orologi meccanici, questi ultimi, a loro volta, a carica manuale o automatica. Due mondi distinti, corrispondenti ad approcci, stili, processi produttivi, in qualche modo culture diverse. Il mondo degli orologi al quarzo era di chi amava la precisione di un orario infallibile, preciso come solo un’ora digitale può essere, e non voleva occuparsi del suo movimento, se non nel momento in cui la batteria si fosse scaricata. Il mondo degli orologi meccanici, invece, di chi, a costo di pagare qualche secondo di imprecisione, amava proprio il fatto di innescare il meccanismo delle lancette, girando la vitarella della ricarica o, per quelli automatici (così chiamati perché appresentavano, quando vennero inventati, la versione moderna dei primi), indossando l’orologio, che sfruttava l’energia prodotta dal naturale movimento del braccio.

Tra questi due mondi, quando ne ho percepito l’esistenza, a me è venuto istintivamente da parteggiare per il mondo meccanico, anche se ho continuato ad acquistare, ricevere e indossare anche orologi al quarzo o a batteria che dir si voglia. La ragione della preferenza era istintiva, non è che sapessi bene motivarla. Dicevo qualcosa sul fatto che gli orologi meccanici era come se avessero un’anima. 

Affermazione un po’ roboante e non molto motivata. 

Però vera, mi sono reso conto questa settimana, e perciò ne scrivo. 

Ho capito infatti che se tutti gli oggetti sopravvivono alle persone, ce ne sono alcuni che lo fanno a prescindere dalle persone stesse ed altri, invece, che richiedono la collaborazione di chi vuole prendersene cura. 

Ora, vedete, proprio questa settimana lo zio degli orologi è volato via. 

Due anni fa me ne aveva regalato un altro. Appartenuto a suo nonno. Un orologio da taschino. A carica manuale.

La prima mattina senza di lui cercavo di preparami ed ero sempre sul punto di uscire e però qualcosa mi tratteneva a casa, fino a quando non mi è venuto in mente di andare a cercare quell’orologio da taschino. L’ho trovato ed era ovviamente fermo. Per una incredibile casualità, segnava proprio l’ora in cui, questa settimana, il cuore di mio zio aveva smesso di battere. Ho provato a caricarlo, girandone la vitarella, chiedendomi se l’orologio fosse ancora funzionante. Ho girato, girato, girato e mi pareva che non succedesse niente. Quando poi la vitarella è arrivata a fine carica, ho portato l’orologio all’orecchio ed è stato emozionante sentire il tic tac del meccanismo  di nuovo in marcia.  

Come un cuore che ricomincia a battere. 

Dal punto esatto in cui si era fermato.




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