·Orgoglio tamarro·

Fermo al semaforo, in macchina, in prossimità di una scuola superiore, in un quartiere bene di Roma. Alla radio, Born in the USA, di Bruce Springsteen.Alla mia sinistra una macchinetta di minima cilindrata. Uno di quei quadricicli a motore che sempre più spesso si vedono per le strade della città. A bordo due ragazze. Stanno andando a scuola, probabilmente.
Nel ristretto mondo del mio abitacolo, risuona la tastiera, per la verità un po’ tamarra, del Boss. Quando me ne rendo conto, istintivamente abbasso il volume. Riesco così a sentire qualcosa della musica diffusa nell’abitacolo accanto al mio. Una canzone di oggi. Mi capita ogni tanto di intercettare note e sonorità contemporanee. Spesso mi piacciono e con l’aiuto di Shazam risalgo al titolo, che qualche volta inserisco nelle mie playlist. Però questa non la conosco. Normale, tutto sommato. Le ragazze si truccano. Intravedo piumini di marca. Sembrano contente. Ridono e ballano.

Io sto andando al lavoro. A bordo di un veicolo tamarro: un’utilitaria di fine anni ’90, che spesso usava mio padre; che mio fratello, un paio d’anni fa, ha fatto variare nell’alimentazione, ora a gas; che mia madre, acquistato un mezzo nuovo e più confortevole, mi ha prestato in questo periodo in cui non uso lo scooter. Nella mia famiglia d’origine l’abbiamo usata un po’ tutti. Ciò non toglie che il mezzo, con i suoi venti e più anni di servizio, graffiato, danneggiato e stinto in varie parti della carrozzeria, sia incontestabilmente tamarro.
Mi studio allo specchietto retrovisore. L’aspetto da assonnato travet, i capelli in disordine. Dovrei andare dal barbiere, come mi ostino a chiamarlo io, anche se non si occupa della mia barba, ma dei miei capelli, per pochi che siano. In ogni caso è sempre lo stesso. Da quando, trentadue anni fa, mi affidai a lui perché realizzasse quel taglio che tanto andava di moda: capelli corti ai lati e in alto, lunghissimi dietro. Come un cantante super tamarro perfettamente calato nei suoi anni ’80.
Avevo l’età di queste due ragazze. Andavo a scuola con l’autobus, qualche volta in motorino con il mio amico Lollo. Qualche volta in macchina, se mio padre o mio madre, per qualche motivo, non andavano in ufficio. E quando poi finalmente ho avuto anche io una macchina, in comproprietà con mio fratello, era un Fiat Panda 30, usata. E se alla radio beccavo una canzone che mi piaceva, ballavo anche io. Forse. O comunque la cantavo. Per esempio Born in The Usa. Sul terrazzo di casa mia avevo due scritte, una inneggiante proprio a lui, The Boss. Mi sarebbe piaciuto essere come lui. Lo trovavo fico. Un po’ tamarro, ma fico. Poetico nei testi, che conoscevo a memoria. Questo, per esempio, lo ricordo ancora. E adesso mi viene da cantarlo. Scusate ragazze, ma io ora devo alzare il volume. E magari la sentita pure voi ‘sta canzone.

Prima che scatti il verde, alzo. Alzo. Alzo. Si girano. Per un impercettibile istante, forse, un loro neurone ha colto una nota di questa musica tamarra, proveniente da una macchina tamarra, guidata da uno che, se pure non lo è, ci si sente.
“Booorn in the iu-es-ei”. Scatta il verde. Canto: “Booorn, in the iu-es-ei”. La macchinetta accelera, la mia utilitaria pure. Non me ne frega più niente. Tamarro per sempre. Urlo: “BOOORN, IN THE IU-ES-EI”.
Poco dopo, la macchinetta decelera, accosta, parcheggia. Le ragazze sono arrivate a scuola. Allegre, truccate, a bordo della loro macchinetta, con la loro musica.
Io proseguo per arrivare al lavoro. I capelli in disordine. Senza cravatta. A bordo della mia macchina. Con la mia musica. Tamarro. E allegro.
“BOOORN, IN THE IU-ES-EI”.




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