·Notti prima degli esami·

Notti prima degli esami. Quante ne ho vissute?

Molte. Mi verrebbe da dire troppe, a pensarci adesso.

Alle elementari, alle medie e alla maturità. Prima degli scritti e prima degli orali. Poi all’università: ventuno notti, ventidue con quella prima della discussione della tesi. Poi quelle prima dei concorsi (agli scritti, e, se andavano bene, anche agli orali).

Per non parlare di tutte le notti prima delle interrogazioni e dei compiti in classe.

Accanto a queste, ci sono state le notti prima degli esami della persona amata. O del fratello. O dell’amico. Perché le notti prima sono tutte quelle cui, in qualche modo, partecipi. Non necessariamente da protagonista.

Le ho vissute da figlio. Da ragazzo. Da adulto. 

Ora da genitore. Per gli esami di terza media, perché quelli al compimento delle elementari non ci sono più.

Cos’è che mi faceva stare bene, quando li affrontavo io? Qual era l’atteggiamento dei miei genitori che mi aiutava? Forse il fatto di vederli tranquilli. Non al punto che sembrassero indifferenti. Partecipi ma tranquilli. Perché voleva dire che erano vicini a me, ma sicuri che me la sarei cavata. 

Se ora sono passato alle notti prima degli esami da genitore, sono finite le mie notti? 

Voglio dire: serve che ci siano un compito da svolgere e una commissione di valutazione?

Direi di no. Se fosse stato così, Eduardo non avrebbe detto che “gli esami non finiscono mai” e la frase non avrebbe avuto il successo universale che ha avuto. 

Può essere considerato “esame”, infatti, anche un colloquio, un primo giorno di lavoro, una visita medica, un appuntamento dal quale dipende qualcosa di importante. Le notti prima degli esami si moltiplicano e si proiettano in avanti. Anche per me.  Con una valenza che si colora di tinte varie. Tutte possibili. Non solo liete.

Insomma cos’è un esame, alla fine dei conti? Per come la vedo io, è ogni ostacolo che si frappone fra te, nella situazione in cui ti trovi, e una diversione versione di te stesso, nella situazione in cui ti vorresti trovare.

Sto divagando. 

Il fatto, il vero fatto, è che mi trovo a vivere un esame da genitore ed è la prima volta. Un esame classico, vero e proprio, non nel senso “figurato” che ho appena suggerito. Un esame con una prova da superare, la commissione di là, un banco in mezzo e l’esaminato di qua.

Cos’è che mi faceva stare bene, dunque? Percepire la tranquillità dei miei genitori. Partecipazione e tranquillità. 

Provo a essere così e mostro fiducia. La sera, al momento di andare a dormire, buona notte e bacetti, ma non più del normale. E la mattina, sveglia normale.

La più normale di tutti, per la verità, sembra mia figlia. 

Insieme a mia moglie la salutiamo sulla porta. Mia moglie le dà consigli tecnici, di approccio alla prova: sfrutta il tempo, ragiona, rileggi. Non ha nessun bisogno, nostra figlia, di sentire anche il mio consiglio, che, però, formulo lo stesso: “Fidati delle tue idee”. Mi regala un sorriso accondiscendente, perché è la frase con cui, probabilmente, l’ho salutata prima di ogni compito in classe che ha dovuto fare, almeno da tre anni  a questa parte. 

Chiusa la porta, mia moglie ed io andiamo sul terrazzo. Lei non ci vede ed io le scatto una foto, mentre esce dal portone e si avvia lungo la strada. 

La mattina prima dell’esame.

Penso che le sarò sembrato agitato e le verrà da ridere, a ripensarsi. 

Eppure di una cosa sono sicuro: se la caverà, in qualche modo. Nel suo modo. E sarà quello giusto.

  





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