·Non resistete alla tentazione·

#Latenerezza (Regia: Gianni Amelio. Con: Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti, Greta Scacchi, Renato Carpentieri, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Enzo Casertano. Genere: Drammatico).

Ci sono diversi motivi per consigliarvi questo film, il primo però è certamente quello di leggere, se non lo avete già fatto, il romanzo da cui è liberamente tratto: La tentazione di essere felici, di Lorenzo Marone. Il protagonista, un avvocato napoletano ormai in pensione, non ha ceduto in realtà, quando ne ha avuto l’occasione, a quella (sacrosanta) tentazione. L’ha lasciata ai margini della sua esistenza, ha consumato un amore vero fino alla fine, come fosse un cerino, ben consapevole di continuare a portare avanti un’esistenza povera di sentimenti e soprattutto di verità. Trovo straordinaria l’interpretazione del protagonista da parte di Renato Carpentieri, nella parte di Lorenzo: la narrazione si incentra su di lui, come una lente di ingrandimento. Un avvocato “famigerato”, che ha superato i settant’anni e consuma la vecchiaia in solitudine, quasi allontanando ogni relazione con i due figli (lei, la primogenita, è una, finalmente ritrovata, Giovanna Mezzogiorno, sempre brava e naturale, come fosse nata per recitare, soprattutto lo stato di frustrazione e malinconia cronica di Elena). Il regista si sofferma molto ed acutamente sul profilo del leguleio napoletano (re del “parafango”): è abituato a capire il prossimo al volo, molto più di uno psicologo e comunque in un tempo più limitato; non teme (per esservi abituato) il caos sovraffollato di una città che spesso spaventa chi non ci è nato; lui è “radicato a Napoli come il pino della cartolina”. E Napoli è anche essa ingrediente fondamentale del film: i vicoli, i muro sporchi e scritti, i motorini, le regole violate, l’umanità assorbente. Considerate poi che i vicini di casa, che sconvolgeranno il corso delle cose, sono interpretati da Elio Germano e Micaela Ramazzotti. Sono uno più bravo dell’altra: lui manifesta subito il disagio di un ragazzo vissuto (da figlio unico) con una madre anaffettiva; lei la debolezza di una persona non cresciuta (anche sentimentalmente) e rinchiusa in una famiglia fittizia, di quelle prigioni rovinose dove la violenza è sotto il tappeto e sempre pronta ad esplodere. La storia è ammantata di malinconia, quella legata alle rinunce, alle parole non dette, alle verità talmente rimandate da metterle poi da parte perché è troppo tardi per tirarle fuori. Anche il detto arabo che la Mezzogiorno ricorda (la felicità non è un luogo da raggiungere ma una casa in cui tornare) ha in sé una dose di tristezza e di ripiegamento. Quello che, secondo me, viene dalle negazioni. Al contrario, i momenti migliori, nel film, sono quelli in cui la tenerezza, l’umanità senza filtri, il bussare alla porta del vicino per chiedere aiuto, prendono il sopravvento. Sentite che bella la canzone iniziale (cliccate qui)  struggente e appassionata, con il pathos che solo la lingua greca può dare.





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