·Legge spalma-debiti, Pescara nei guai·

Un mare di guai. E adesso alla vigilia del voto per il rinnovo del Consiglio comunale, proprio non ci voleva: la Corte Costituzionale ha bocciato la legge che consente di ripianare i debiti in 30 anni. Un fulmine a ciel sereno per il Comune di Pescara che nel 2015, per evitare il dissesto, aveva approvato un piano di riequilibrio economico e finanziario per il risanamento del Comune che consentiva di spalmare il deficit di 50 milioni di debiti in 28 anni. Il provvedimento fu approvato con 21 voti a favore, 10 contrari e nessun astenuto. Tra i contrari 5 selle e centrodestra.

Ma adesso la Consulta ha stabilito che la legge di stabilità 2016 approvata dal governo Renzi e poi modificata dalla legge di bilancio 2017 del governo Gentiloni, che ha consentito agli enti locali in predissesto di spalmare su circa 30 anni il ripiano dei disavanzi (ampliandone la capacità di spesa in condizioni di conclamato squilibrio), è incostituzionale. Perché scarica gli  oneri sulle generazioni future e viola l’equilibrio di bilancio e il principio di rappresentanza democratica. 

Matteo Renzi

La sentenza, depositata giovedì scorso, ritiene quella norma in contrasto con gli articoli 81 e 97 della Carta

“sia sotto il profilo della lesione dell’equilibrio e della sana gestione finanziaria del bilancio, sia per contrasto con i principi di copertura pluriennale della spesa e di responsabilità nell’esercizio del mandato elettivo“. Inoltre “il perpetuarsi di sanatorie e situazioni interlocutorie disincentiva il buon andamento dei servizi e non incoraggia le buone pratiche di quelle amministrazioni che si ispirano a un’oculata e proficua spendita delle risorse della collettività”.

La questione era stata sollevata dalla sezione regionale di controllo della Corte dei Conti della Campania, che era stata chiamata a pronunciarsi sulla rimodulazione del piano per il recupero del disavanzo del Comune di Pagani. In pratica la procedura di prevenzione dal dissesto degli enti locali è costituzionalmente legittima, afferma la Consulta, solo se supportata da un piano di rientro strutturale di breve periodo. Il legislatore statale – sulla base dei principi del federalismo solidale – può destinare nuove risorse per risanare gli enti che amministrano le comunità più povere, ma non può consentire agli enti che presentano bilanci strutturalmente deficitari di sopravvivere per decenni attraverso la leva dell’indebitamento.

Ma c’è di più: tra i motivi addotti dalla Consulta per dichiarare l’illegittimità della legge, c’è anche quello di caricare sui futuri amministratori gli oneri conseguenti ai prestiti contratti nel trentennio per alimentare la spesa corrente, e la violazione del principio di rappresentanza democratica, in quanto sottrae agli elettori e agli amministrati la possibilità di giudicare gli amministratori sulla base dei risultati raggiunti e delle risorse effettivamente impiegate nel corso del loro mandato. Esattamente quello che sta succedendo a Pescara.

Il sindaco Alessandrini con Del Vecchio

Ma adesso si pone un altro punto interrogativo. La norma dichiarata incostituzionale si riferisce agli enti locali in pre-dissesto ma a ottobre 2017 anche la Regione Abruzzo fu salvata da una norma Abruzzo che ha consentito di fronteggiare il debito ereditato il 31 dicembre 2014, diluendolo in 20 esercizi rispetto ai 750 milioni di euro di buco.

La contropartita era quella di aumentare gli investimenti del 2 per cento a partire dal 2018. Un’occasione ghiotta, presa subito al balzo dal governo D’Alfonso-Paolucci, perché ha consentito di far tornare la finanza pubblica in bonis. 

ps: Se tanto ci dà tanto, non è escluso che l’incostituzionalità si possa estendere anche a questa norma, se qualcuno dovesse impugnarla. 




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