·Nicolas·

Alle quattro e mezzo di notte, quando ancora era buio e Nicolas dormiva, la mamma gli dava un bacetto e gli sussurrava: “Dormi Angelo mio, mamma va a lavorare”.

A svegliarlo era poi il papà, alle 6. 

Erano organizzati così da quando Nicolas aveva iniziato ad andare scuola, al nido, perché la mamma, Alexandra, iniziava a lavorare prestissimo. Dipendente di una ditta di pulizie, alle cinque era già per le scale del primo dei sei condomini di cui doveva occuparsi.

Constantin, il papà, era invece un muratore. In Romania, per la verità, era stato archivista al Ministero dell’industria. Arrivato in Italia, aveva dovuto inventarsi un mestiere. Aveva provato come idraulico, perché uno zio della moglie, emigrato prima di loro, l’aveva portato con sé, per un po’. Solo che l’idraulica proprio non faceva per Gabriel. Una volta collegò una lavatrice in maniera talmente maldestra che, al primo utilizzo, la casa si riempì d’acqua. Diecimila euro di parquet andarono in fumo e, con loro, pure le residue possibilità che Gabriel diventasse realmente un idraulico.

Aveva allora iniziato ad andare allo “smorzo”, vicino casa loro, a Guidonia. Insieme a un altro disperato come lui, che, però, sapeva già fare il muratore, aveva preso i primi lavoretti. Così aveva imparato il mestiere. Dopo un po’ i lavoretti non gli mancavano. E quando era a corto, tornava allo smorzo. 

Cominciava a lavorare, comunque, un paio d’ore dopo la moglie. Perciò pensava lui a Nicolas.

Facevano colazione insieme, il papà già vestito da lavoro, Nicolas ancora in pigiama. Il bambino, allora, aveva la tazza di Winnie The Pooh, il papà una blu, gialla e rossa, i colori della Romania. Ridevano, perché Constantin era giocherellone e riusciva, in questo modo, anche a vincere i capricci del figlio, che diceva sempre di non avere fame. Poi si lavavano i denti e si avviavano verso la porta d’ingresso. Uno specchio, appeso proprio vicino alla porta, li seguiva in quello che, a un certo punto, divenne un rituale. Nicolas prendeva lo zaino e il papà lo aiutava a indossarlo, passando le cinghie prima su una spalla, poi sull’altra. A quel punto, il papà indossava il suo, passandolo, però, solo su una spalla. 

“Papà, ma perché tu metti lo zaino su una spalla sola?”. Quando Nicolas formulò la domanda, il papà sembrava aspettarsela da tempo; nell’immagine riflessa dello specchio guardò impercettibilmente dietro di sé, poi rispose, sicuro: “Perché non ho nessuno che mi tiri su la cinghia, come faccio io con te”.

 

Negli anni, continuarono a ripetere il rituale, davanti allo specchio, tutti i giorni, anche quando Nicolas era cresciuto e non avrebbe avuto bisogno di quell’aiuto: lo zaino, una cinghia, poi l’altra con l’aiuto del papà. Quindi il papà che indossava il suo zaino solo su una spalla. 

Dalla tazza di Winnie The Pooh, Nicolas era passato a quella di Buzz Lightyear, poi di Spideaman. Per i suoi dodici anni, ricevette una tazza per la colazione gialla e rossa: colori della squadra di calcio per cui tifava, la Roma. In fondo, solo un colore e tre lettere in meno rispetto alla Romania, gli aveva fatto notare il padre, che, invece, usava sempre la stessa: blu, rossa e gialla.

Accadde una mattina d’inverno, in cantiere, per una presa che non era stato isolata. Un infortunio sul lavoro. 

L’ambulanza arrivò presto e in trenta minuti erano già al Sandro Pertini, a Roma. Non ci fu nulla da fare.

Per tre giorni Nicolas non andò a scuola. E la mamma nemmeno a lavorare. Erano i tre giorni che spettavano da contratto.

Madre e figlio passarono molto tempo insieme, come, in genere, non riuscivano a fare. Non la mattina, almeno.

Ogni tanto Nicolas vedeva affiorare una lacrima sul volto della mamma, che, però, con un gesto rapido della mano, l’asciugava, sforzandosi di sorridere.

Il quarto giorno,  la mamma dovette tornare a lavorare e Nicolas a scuola.

 

Come ogni notte, alla quatto e mezzo, lei lo svegliò per dargli un bacio, che fu un po’ più lungo del solito, per poi sussurrargli, come sempre: “Dormi Angelo mio, la mamma va a lavorare”; nel dirlo, la voce di Alexandra si incrinò, sul finire.

Nicolas riuscì, in qualche modo, a riaddormentarsi, sino a che non suonò la sveglia, alle sei. Si alzò, andò in cucina, in pigiama, e vide solo la sua tazza, della Roma. Lì ebbe un crollo e pianse, finalmente, come non era ancora riuscito a fare, nemmeno al funerale.

Riuscì a bere solo un po’ di latte, si lavò e si vestì. 

Al momento di prendere lo zaino e avviarsi verso la porta, una lacrima gli rigava il viso. Cercò di non guardare verso lo specchio ma, sull’uscio, non poté evitarlo. Fu allora che vide l’immagine del padre, alle sue spalle. Era vestito da lavoro, come al solito. Gli sorrideva e, con lo sguardo, indicava dietro di sé. Nicolas allora capì. Indossò lo zaino su una spalla. Sorrise verso lo specchio, si asciugò la lacrima con la mano e uscì, diretto alla fermata dell’autobus. 





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