·Nello stesso luogo·

Prima del cemento...

Prima del cemento..

Ad un certo punto dell’estate finisco sempre qui, nello stesso luogo, da 45 anni. Centoventi chilometri a sud di Roma, tra San Felice Circeo e Terracina. Una cercata ripetitività che porta un vantaggio: dá un punto di osservazione attendibile sui cambiamenti della società. Voglio dire: se cambi sempre posto, i cambiamenti che registri non sono confrontabili, perché si riferiscono a realtà diverse.

Posso quindi dire che qui, or sono quarantacinque anni, appunto, si era all’alba della commercializzazione delle spiagge, con pionieristici stabilimenti, ombrelloni, costumi e canottiere.
Nel ricordo di quegli anni, a dominare è il sole alto della mattina.
Le creme solari non proteggevano e forse neanche venivano tanto applicate. La scottatura di inizio stagione era un po’ come l’inesorabile vescica tra l’alluce e l’indice del piede, dopo qualche giorno di ciabatte infradito. ci dovevi passare. Lo stesso per il cambio costume dopo il bagno; un cambio reso necessario, al di là delle infantili recriminazioni, da capi che, a tenerli addosso, rischiavi dei precocissimi reumatismi, tanto erano pesanti ed ebbri di acqua salmastra. Le mamme, anche la mia, avevano ragione.
Il mare bagnava una spiaggia ampia, di sabbia fina e chiara, con, alle spalle, quel che restava della duna naturale formatasi nei secoli, a protezione, prima, delle paludi, e poi, dopo la bonifica, dei filari di viti che, unendo il dolce del frutto al salmastro del mare, creavano quella particolarissima uva da cui veniva tratto il famoso vino moscato di Terracina.
Quando siamo arrivati noi a villeggiare, all’alba degli anni Settanta, le viti erano già state sostituite da filari di case ed io non posso lamentarmene, perché se non fosse stato per quell’edificazione, qui non sarei venuto mai. L’uva però resisteva. Perché questo era il suo luogo naturale. Al punto che ogni tanto, tra gli interstizi di un cemento irregolare, nei giardini, a volte persino nella sabbia, spuntava un tralcio di vite selvatica.
L’acqua che arrivava nelle case era del pozzo, scavato nei giardini.
Negli anni sono cambiate molte cose. Alcune in peggio, altre in meglio. Il mare, non ci si crederà, è più pulito adesso che negli anni settanta. Merito dei depuratori; esistevano pure allora, solo che qui non venivano usati, si pensava che il mare non ne avesse bisogno. Presunzione territoriale. Ad agosto, invece, l’aumento esponenziale della popolazione e delle barche, conseguentemente dei rifiuti, unito a certe scellerate aperture dei canali di bonifica, faceva sì che nel mare arrivasse di tutto. Adesso, guarda un po’, a diverse località di questo tratto di costa, già da qualche anno, viene attribuita la “bandiera blu” del mare pulito.

e oggi

…e oggi

I costumi si sono fatti sintetici, tecnicissimi, ultra leggeri.
L’acqua che arriva nelle case è finalmente di acquedotto. Solo che ne arriva poca e qualche pozzo nei giardini resiste ancora. Non si sa mai.
La spiaggia ha avuto una storia accidentata. Negli anni Ottanta ha cominciato a ridursi, mangiata dal mare, sino quasi a sparire. Dopo quasi venti anni di tentati “ripascimenti”, la spiaggia è tornata stabilmente, grazie a pennelli di scogli posizionati in parte sull’arenile e in parte sul fondale, a protezione della sabbia da riporto, di colore nero ferroso, in attesa che il mare restituisca granelli fini e chiari come un tempo.
La vite selvatica, invece, non spunta proprio più. Si è arresa definitivamente all’uomo ed alla cementificazione.
Il vino moscato si produce ancora e con grande successo, ma da filari spostati all’interno, sui monti Lepini, dove sale ne arriva poco; il vino è quindi diverso da quello che io non ho assaggiato, ma, diceva mio padre, era davvero nettare divino.
Gli stabilimenti, quando non hanno cambiato nome, hanno aggiunto la parola “beach” e quindi ora sono quasi tutti “beach club” o “beach garden”.
Sul piano personale devo dire che nonostante gli accurati cambi costume dell’infanzia, che ho subito ed ora infliggo, qualche acciacco reumatoide comincia ad affacciarsi: dolori alla cervicale, il ginocchio che patisce gli scalini, la schiena che accusa i bagagli.
A questo punto, mi sento piuttosto confuso, incerto sul bilancio da trarre. Per chiudere questo irrisolto zibaldone estivo, provo a pensare a ciò che in questo periodo, intorno a ferragosto, è rimasto sempre uguale: la percezione netta ed improvvisa delle giornate più corte, la prima mareggiata, un temporale, il cambio di temperatura, la sensazione di malinconico crepuscolo che ti prende ad ogni età, a sei come a novantasei anni. Allora capisco che è per reazione a questo sentimento che quando poi arriva lui, il ferragosto, si scatenano ovunque i rassicuranti odori delle fritture, il vociare intenso, le tavolate ampie e chiassose, i rumori delle stoviglie, il vino in abbondanza. Per ritrovarsi poi tutti, di pomeriggio, a dormire sulla sedia a sdraio, in spiaggia o in giardino. Cullati da un sole che, seppure calante, sa essere ancora amico, quando vuole.




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