·Nel segno della canotta·

La percezione del passaggio da una stagione all’altra è soggettiva: una giornata diversa, una luce più alta o più bassa, qualche grado in più o in meno, il tramonto che si attarda o che anticipa, un capo d’abbigliamento da tirare fuori o da riporre nell’armadio.

Può essere un insieme di fattori o uno in particolare. Per me, per esempio, al di là di tutto, è decisivo il momento in cui indosso o tolgo la maglietta della salute. Che poi sarebbe la canottiera, altrimenti detta “canotta”. Mi segue da quando ero bambino. “Prendi freddo, ti ammali”. “Non sento freddo”. “Tu non senti freddo ma prendi freddo”. La canotta era il segno della mamma. 

Me n’ero liberato, a un certo punto. Della canotta, non della mamma, che invece mi tengo ben stretta. Ce n’eravamo liberati, come generazione, sostituendola con la cosiddetta “Fruit”, cioè a dire la maglietta bianca della “Fruit of the loom”; a differenza della canotta, che tutti provavamo a nascondere, senza riuscirci del tutto, la Fruit si doveva vedere. Doveva spuntare, baldanzosa, dalla base del collo, meglio ancora se esaltata da una qualche collanina girocollo, modello “unisex”, come si diceva allora e adesso non più. 

Nella fase suprema dell’era Fuit, io avevo oramai 15 o 16 anni, nella metà degli anni 80, mi imbattei, andando a ritroso nella saga di Rocky, nel primo episodio, risalente al 1976, in cui si vedeva Rocky, appunto, ganzissimo in canotta, che, a modo suo, provava a sedurre Adriana. E io pensai: “Oh, in fondo la canotta non è tanto male, uno può risultare persino fico”. Certo, serviva un fisico alla Sylvester Stallone, in arte Sly, e io non ce l’avevo proprio. Erano anni in cui andava di moda, come pratica sportiva, forse anche grazie alla pubblicità indiretta che gli faceva Stallone, il “Body building”; aprivano palestre dappertutto, a ogni angolo, e insomma a un certo punto pure io mi iscrissi in una palestra di “Body building”. Ero talmente magro e gracile che ci volle poco per scorgere qualche miglioramento. 

Le Fruit, nel frattempo, erano passate di moda, sostituite da magliette colorate, chiuse nella parte alta da bottoncini in tinta. Magliette che, poi, si iniziarono a portare con i bottoncini aperti. Ecco che il petto, dell’uomo o del ragazzo, più o meno villoso, cominciò a fare di nuovo capolino. Il passaggio successivo fu l’addio alle magliette. All’improvviso, non andavano più. 

“E mo che faccio”, mi chiesi? Si perché, dalla canotta alla Fruit, dalla Fruit alla maglietta con i bottoncini, il comune denominatore, per me, era che l’intima intercapedine tra la pelle e la camicia ci dovesse essere, sino e che le temperature non erano a prova di raffreddore. 

Fu allora che – avevo oramai superato i vent’anni –  trovandomi nella duplice necessità di indossare una protezione, facendo però credere che non ci fosse, riscoprii la canotta.  Con il suo scollo marcatissimo, infatti, d’inverno la si riusciva a nascondere sotto camicia e felpa. Seguendo le raccomandazioni della mamma, proteggeva dal freddo e dai malanni di stagione, consentendo però di non darlo a vedere. Almeno a un primo impatto. Personalmente la buttavo un po’ a ridere, quando qualcuno se ne accorgeva. Millantavo,  vantandomi, di essere una via di mezzo tra Rocky e Rocco e i suoi fratelli, temendo, però, di fare la figura di Fantozzi. 

Da qualche parte, dentro di me, c’era comunque e sempre mia madre, a raccomandarmi di non prendere freddo.

Quest’anno ha fatto molto caldo. Incredibilmente caldo. Ancora a metà ottobre sembrava di potere andare al mare e sdraiarsi al sole, in costume e maglietta. 

Questo sino a pochi giorni fa, quando ho sentito un po’ fresco, allora sono andato a scandagliare  nel cassetto ed ho recuperato un esemplare di canotta. Mentre la indossavo, srotolandola, avevo la percezione fisica dello scorrere delle stagioni. 

Ieri, con mia mamma, ci siamo sentiti al telefono. “Sei raffreddato, come mai?”.

Ho ammesso una certa congestione delle mucose nasali, tacendo, però, il colpevole ritardo con cui avevo avviato l’uso della canotta.

Il fatto è che non volevo finisse l’estate.

L’unico risultato, oltre ad un clamoroso raffreddore, è che sto per approdare direttamente all’inverno.

Perché davanti a me, davvero a pochi metri, già vedo stagliarsi l’evento che segna l’ulteriore cambio di stagione. Non so per voi, per me tutto si compendia in una parola di sole quattro lettere: lana.

Credo che la indosserò anche un po’ prima del necessario. E’ meglio, sì. 

Perché, forse non lo sapete, anche quando non sentite in freddo, in realtà, prendete freddo. 

Può succedere, date retta a me.





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