·Nel sangue, nelle vene·

Circondato dall’umidità che prepotente, in questo lembo superstite di agro romano, irrompe in una notte di fine ottobre, aspetto che mio figlio percorra il viottolo che da una discoteca per ragazzi conduce qui. Se abbasso il finestrino, arrivano le note di canzoni che non conosco. Non sono diverse, nello spirito che esprimono, dalle canzoni che ascoltavo nelle discoteche (poche, per la verità) che ho frequentato all’età sua.
Poco più avanti, a sinistra, e poi più su, ci sono altre macchine parcheggiate, e altri genitori, in genere papà, che aspettano, come me. Lo sguardo in giù, sul cellulare, in qualche caso l’espressione assente, l’occhio assonnato. Chissà cosa pensano, con che spirito stanno lì. So che a me piace. Sì, certo, nel momento in cui scatta l’ora e mi preparo, il confort domestico esercita un richiamo suadente. Però ora che sono qui, e aspetto, penso ancora una volta che mi piace. L’ho sempre fatto volentieri, del resto. Portare i miei figli alle feste, alle cene, a vivere i loro momenti. Mi dispiace anzi pensare che presto potrei non servire più.
Mi viene in mente quando, dopo una vita da figlio, mi sono trovato a dovermi occupare di chi in vario modo e a vario titolo si era occupato di me. E sono stati sempre momenti rispetto ai quali non mi sentivo pronto. Non solo ad accompagnarli, o a salutarli. Nemmeno prima, al momento dell’inversione dei ruoli, che è invece un passaggio naturale. Non mi sentivo pronto, no. E però l’ho fatto. Mi sono occupato. Ho accompagnato, anche quando temevo o sapevo. Ho salutato, persino. Come sono riuscito? Mi sono fatto forza. Non si nasce forti. E nemmeno lo si diventa. Semplicemente, quando serve, trovi la forza. Nel sangue, nelle vene, nel respiro, nella carne. La forza che viene non dalle asprezze vissute – quelle semmai la consumano, anche se ti danno consapevolezza e, quando le hai superate, coraggio – ma dal bagaglio di amore, attenzioni, cure che hai ricevuto.
I ragazzi iniziano a sciamare verso di noi. Li trovo bellissimi. Non esteticamente. Da quel punto di vista gli assetti sono variabili e nemmeno sono importanti. Sono belli perché giovani e inquieti. Cercano di capire chi sono. Non sanno che questa ricerca li impegnerà una vita. Anche perché nel tempo si cambia. E devi spesso aggiornare la ricerca, per trovare il tuo te attuale.
Sono belli perché sono fragili, ancora, nella forza e nella sicurezza che pure si sforzano di mostrare. Sono anni in cui si costruisce, questi. Si gettano le basi della forza di domani. A noi spetta esserci, dare: amore, attenzioni, cure. Più che possiamo. E intanto continuare a cercare la nostra forza. Trovandola, possibilmente. Nel sangue, nelle vene, nel respiro, nella carne. E nel ricordo.
Salgono in macchina, mio figlio e un suo amico. “Com’ è andata, vi siete divertiti?”. “Sì, sì, scialla”. “E tu Marco, come stai?”. Gli amici dei miei figli mi chiamano per nome e mi danno del tu. Pure questo mi piace, molto. “Anche io scialla, grazie”.
Accendo il motore e partiamo, fendendo l’umidità, che ora sembra meno prepotente, in questo lembo supertite di agro romano.




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