·Mostri·

Mi accompagna in macchina una canzone incontrata per caso. Solo pianoforte. E’ triste. Di più, è struggente. Così, almeno, suona per me. Smuove qualcosa di profondo, di inspiegabile. Mi incammino per sentieri e pensieri difficili da esplorare.

* * *

Scorro le pagine di FB e mi imbatto in un post che non aiuta a scansare questo stato d’animo. E’ il testo di una canzone che non conosco, di un artista che ho seguito poco, condiviso da una persona che non so chi sia.

La canzone s’intitola “Mostri” e parla, più o meno, per come riesco a capirla nel frangente, dei mostri con i quali ci misuriamo da bambini, magari di notte, di un genitore che ci aiuta a scacciarli e di noi che, da adulti, siamo chiamati ad aiutare lui a scacciare il suo mostro, quello brutto, vero, definitivo. Per far sì che possa andare via sereno. Dandogli la mano, il calore, la luce per affrontare il buio.

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Sarebbe l’età di mezzo questa che ho io. A me sembra tanto l’età dei due terzi o forse anche dei tre quarti. Se guardo indietro e poi avanti ci vuole davvero tanta ipocrisia per chiamarla età di mezzo. E però i mostri non sono mai andati via, mai. Si sono allontanati, forse. Poi tornano. E mai, mai nessuno che avverta di quello che sta per accadere. Non so che farei, però so cosa avrei fatto. Sarei andato, sarei tornato, sarei rimasto. 

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Abbiamo l’abitudine con mia figlia di ascoltare la musica in macchina. Ci siamo fatti la nostra ideale playlist, ogni giorno l’arricchiamo di pezzi nuovi o antichi che scopriamo o ritroviamo. E non ci diciamo nulla. Non a parole, almeno. Con le canzoni però sì e sono delle dediche: alla mamma, al fratello, a lei stessa, a me, a noi, alle persone che amiamo, ai momenti vissuti o che vorremo vivere. 

Oggi quando sono andato a prenderla ed è salita in macchina, ha scelto una canzone che sentiamo spesso e che, forse per il mio stato d’animo, questa volta ha suonato con particolare intensità. Una canzone dal tono allegro ma con un fondo di malinconia, che descrive un villaggio nel cielo, nel quale le persone sono blu, cantano, sono felici, e non ci sono macchine, telefoni, religioni, re. E il cantante dice di non voler morire ma di voler vivere sempre lì, nel blu, nel cielo.

* * *

Mi avevano parlato dell’articolo del giornalista famoso che racconta delle “Pulizie della morte”, di come si diventa grandi, veramente, solo quando si mette mano agli oggetti, ai mobili, agli odori, ai ricordi di una vita, nella casa, vuota, dei propri genitori. Me ne avevano parlato qualche giorno fa. Lo leggo oggi. Non poteva che essere così. Inutile nascondersi, scappare. Dovunque mi metta, oggi vengono a cercarmi. Quei pensieri. 

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Non lo so. Cosa sia e cosa no. Perché e per quale ragione. Non so nulla. So che è notte e dormono tutti. E io sto sveglio. Ascolto la canzone che mi è venuta incontro questa mattina. Sto sveglio per scacciare i mostri. Per tenerli lontani dai miei amori che dormono. E mi sembra di riuscirci. Però poi arrivano i miei. I miei mostri. E mica lo so come si fa. Provo a parlarci. Mi viene in mente che uno dei più bei film a cartone animato dell’età contemporanea per me è “Monsters & co”. La storia di un mostro che si occupa della bambina che avrebbe dovuto terrorizzare. E poi sta male quando la perde. E torna alla vita quando la ritrova. Allora penso che questi mostri miei possono in qualche modo mettermi in contatto con chi si occupava di me. Mi sembra in effetti di vederli, lì dietro. 

* * *

Provo a scriverlo. 

Mentre scrivo, del sentimento, dei mostri, della paura e della fantasia, tutto mi sembra più accettabile. Quasi vero.




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