·Mi è passata accanto·

Avevo fretta e camminavo veloce. Minacciava pioggia ed io dovevo andare a un evento: aperitivo, poi discorsi di persone importanti, poi cena. Ero in ritardo e lei mi è passata accanto, storpia, anzi mutilata; strisciava ad altezza terra, su un rudimentale carrellino. Chiedeva forse l’elemosina. 

Ho tirato dritto e subito dopo, per sentirmi migliore, ho chiamato mia figlia. Quando lei, rispondendomi, ha detto “Papi”, io mi sono invece sentito peggiore. Mi ha chiesto se potevamo sentirci dopo, io le ho detto “va bene”, poi mi sono voltato indietro. La mendicante, con il suo carrellino, non era lontana. Ho infilato le mani in tasca e trovato degli spicci. Non molti. Non molto. Dieci, venti centesimi, moltiplicati per tre o per quattro monete. “Che faccio? E’ lontana. Però mia figlia mi ha chiamato “Papi”, e quella donna, forse ancora ragazza, sarà stata anche lei una bambina di un suo “Papi”. Allora ho fatto per tornare indietro. Pochi metri, quando mi sono chiesto se non stavo esagerando con gli scrupoli.  Intanto lei si spingeva con una mano che teneva infilata in una scarpa. La mano era il suo piede. “Che faccio? Accelero e la raggiungo”, mi sono chiesto ancora, “o mi fermo e torno indietro?”. 

Due passi indietro. Poi due in avanti. Cavolo sto in ritardo. Due passi in avanti, poi due indietro. Che faccio? 

Qui ho avuto il pensiero peggiore. Nell’indecisione tra andare e tornare, infatti, mi sono detto: “Ma sì, vado, così mi levo questi spicci che sformano i pantaloni, mentre oggi è meglio essere un po’ più impeccabili”. Sono tornato indietro, vergognandomi io stesso del pensiero mio. La donna, forse ragazza, si spingeva ancora, con la mano sinistra dentro una scarpa e la scarpa sull’asfalto. Mentre mi avvicinavo, accelerando per riuscire a raggiungerla, ho pensato che avrei sbirciato, per capire se effettivamente era predisposta all’elemosina. L’ho appaiata e ho scorto, appoggiato sul bacino, un recipiente. Non mi ero sbagliato. Era veramente una mendicante. Ed era veramente una storpia, anzi una mutilata. Perché non aveva i piedi, a nessuno dei due monconi di gambe. L’ho superata, giusto un metro, poi mi sono girato e piegato per darle le monete. A quel punto le ho visto il volto. Perché lei si è voltata verso di me. Ha sorriso. Un sorriso largo, gioioso, grato. Aveva due bellissimi occhi scuri che pure mi ringraziavano. Imbarazzato, mi sono voltato all’indietro per riprendere il cammino, e lo stesso ha fatto lei, sul suo traballante e rudimentale trabiccolo.

Mi sono sentito così povero, misero, piccolo.

Ho guardato l’orologio. Ero ancora più in ritardo. Con le tasche libere da spicci che avrebbero potuto sformarle, esteriormente impeccabile, ho ripreso a camminare veloce. Dovevo andare a un evento: aperitivo, poi discorsi di persone importanti, poi cena. 

Pensa un po’.

Per cercare di essere migliore, mi sono girato un’ultima volta. Lei era lontana, oramai. Non riuscivo più a distinguerla. Chissà dove sarebbe andata. Dove viveva. Come sarebbe tornata a casa.

Chissà.




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