·Meno cibo, più amore·

#Parigipuòattendere (Regia: Eleanor Coppola. Con: Diane Lane, Alec Baldwin, Arnaud Viard, Cédric Monnet. Genere: Commedia, drammatico, sentimentale)

Mi attraeva l’idea di un film on the road da Cannes a Parigi attraverso strade secondarie della campagna francese. Il trailer promette questo e accenna ad un’intesa a pelle e di affinità elettive tra due quasi sconosciuti. Lei, la moglie di un produttore cinematografico americano, ricchissimo quanto distratto e banale modello maschile che senza consorte non sa trovare calzini appaiati; lui, socio del produttore, francese, scavezzacollo, poco pratico delle materialità ma molto esperto di tutto ciò che dà piacere, dal vino al buon cibo. L’occasione del racconto è la necessità, a causa di una forte otite di Anne, di raggiungere la capitale in auto anziché in aereo. La accompagna Jacques, con il benestare del marito, impegnato in una missione di lavoro a Budapest. Partono con una decappottabile vintage, e si fermano dopo il primo quarto d’ora per un bicchiere di rosso. Già si capisce che non arriveranno in un giorno e che Jacques non è interessato al quando ma al come. Ci sarebbero i presupposti per una storia godibile e stimolante, con qualche approfondimento sulle relazioni, stabili e non; sui rapporti istituzionali e sulle amicizie un po’ oltre il limite del cameratismo. Il risultato però è molto inferiore alle aspettative: attribuisco la responsabilità della debolezza del film alla superficialità dell’idea su cui è costruito. La Coppola (ultra ottantenne, moglie del ben noto Francis Ford) concepisce una piccola evasione dal quotidiano rassicurante del matrimonio mediante stereotipi che mi sono apparsi superati e certo non adatti alle donne di oggi, a prescindere dalla loro età. Tutto potrebbe precipitare in qualcosa di più intenso quando lui le chiede, alla prima cena insieme, “sei felice?” e lei risponde “ho un buon matrimonio” (forse l’unico scambio di battute che mi abbia colpito). Ma non accade. Perché l’intesa tra i due si manifesta solo in galanterie da una parte, spesso un po’ goffe; e mossette e resistenze da “femminuccia” per bene dall’altra. Le insoddisfazioni non si traducono in scelte; l’attrazione non diventa slancio. Non che il finale dovesse necessariamente portare i protagonisti ad amarsi appassionatamente su un prato (anziché fare un pic nic esageratamente abbondante e quasi stucchevole): ma un po’ di sale sì, un senso a quel viaggio, un significato alla lentezza, uno scopo a quella minuziosa ricerca della bellezza dei luoghi e della bontà dei cibi. Io a Parigi sono arrivata delusa e nella vita non mi è mai successo e spero mai mi accada. Peccato, vi dico: perché la descrizione della Francia è splendida, dei prodotti della natura e della cucina, dei monumenti, anche minori. Un po’ di luoghi comuni anche qui però: forse perché è la Francia (ed i francesi) visti da un’americana DOC che ha un’idea della vecchia Europa spesso lontana dalla realtà e quasi fumettistica (il famoso “pittoresco”). La regista si sofferma in modo eccessivo sui cibi (i due mangiano in continuazione: non fanno altro!): manca la passione reciproca, anche solo di pensiero, di idee. I due compagni di viaggio stanno ore seduti a tavola ma non avanzano di un centimetro nello scambiarsi qualcosa di autentico, rimangono due estranei formali e un po’ finti. Notate che il film pubblicizza una splendida macchina fotografica, anche se in versione compatta: Anne ne fa moltissime di foto, esteticamente belle, ma senza anima, come il suo viaggio a Parigi. Ahi voglia a mangiare cioccolata… Meno cibo e più amore!




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