·Luna dolorosa·

#FirstMan (Regia: Damien Chazelle. Con: Ryan Gosling, Claire Foy, Jon Bernthal, Pablo Schreiber, Jason Clarke, Kyle Chandler, Shea Whigham, Patrick Fugit, Corey Stoll, Lukas Haas, Cory Michael Smith, Brian d’Arcy James, Brady Smith. Genere: Biografico, Drammatico)

Il primo uomo. A molti apparirà banale raccontare, al cinema, come l’uomo è arrivato a mettere piede sulla luna, il nostro luminoso satellite, adorato da poeti e innamorati. Certo, lo sarebbe stato farlo in modo celebrativo: un’”americanata” di supereroi in capsule perfette lanciate nel cosmo alla conquista di nuovi orizzonti non l’avrei tollerata; e quindi non sarei qui a parlarvene. Invece Damien Chazelle (non uno qualsiasi: l’autore e regista dell’Oscar La La Land, da rileggere qui, costruisce una storia drammatica, avvincente, intima. Anche grazie alla bravura ed all’intensità del protagonista, Ryan Gosling (già interprete principale proprio di La La Land) qui nelle vesti di Neal Armstrong. Che non si tratti di un filmetto-spot della grandiosità degli Stati Uniti lo capite anche dai tempi del racconto, estesi dal 1971 al 1969. La “conquista” tanto agognata, l’orma sulla polvere lunare, la vedrete solo alla fine, nell’ultimo scampolo della pellicola. Prima, c’è una storia di ragazzi americani, di giovani un po’ normali un po’ geniali; un po’ pavidi un po’ incoscienti. Coraggiosi ma non sempre. A volte disperati, ma eroicamente determinati. L’occhio del regista è focalizzato sul “primo uomo”: ci descrive con profondità chi fosse davvero, dentro di sé, quel personaggio passato alla storia nella memoria collettiva (anche di chi, come me, non c’era ancora) nelle immagini sparate in bianco e nero sui televisori di tutto il mondo, il 20 luglio del 1969. Se ne intuisce la capacità e la freddezza nei momenti cruciali: le doti che secondo me lo hanno portato, nonostante la carenza dei mezzi, che sembravano dei Lego montati male, a superare il limite dell’atmosfera, a non morire nello spazio, come invece era successo a molti compagni di studio, lavoro e avventura. Questo è il fulcro del film, le relazioni umane: intorno a Neal, in quegli anni di duro lavoro e di sconfitte apparentemente insuperabili, ci sono tutti gli altri, i colleghi, quelli i cui nomi pochi ricordano, ma che hanno partecipato all’impresa. Sebbene poi non sia stato il loro il primo piede sulla luna. E ci sono le mogli, la sua e quella dell’amico più caro: entrambe a sacrificare la loro esistenza di graziose ragazze americane per un’ideale così lontano dalla terra, che troppe volte appariva inutile e soltanto dannoso. Leggendo, dopo il cinema, la biografia di Armstrong ho scoperto che poi, dopo anni di matrimonio, si sono lasciati. Non hanno retto. E dalla narrazione di Chazelle già si percepiscono le crepe della loro relazione, che sembrava così piccola ed insignificante rispetto alla grandezza dell’obiettivo di raggiungere la “silenziosa luna”. Neil è fondamentalmente un uomo segnato e chiuso nella sua tristezza irreversibile: il film ci spiega perché, ci descrive sin dall’inizio quale terribile evento ha dovuto subire ed a cosa è stato “costretto” sopravvivere. Quel dramma gli ha insieme tolto e dato la forza, come spesso accade con il dolore.

Ve lo consiglio (per me 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬) perché finalmente, dopo averlo visto, darete un’anima all’eroe lunare americano, gli darete una consistenza così umana da pensare che qualcosa avrà lasciato anche sulla luna, attraverso quell’impronta dello scarpone da astronauta ben piantato sul suolo, insieme alla bandiera a stelle e strisce.




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