·L’ultimo scatolone·

Attacco il nastro adesivo sull’ultimo scatolone e noto i consistenti strati dei precedenti imballaggi, uno per ogni anno. Proprio mentre sulla playlist, avviata in modalità casuale, arriva il momento di Guccini che canta “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia”. 

Con mia moglie abbiamo cominciato quando siamo andati a vivere insieme: l’8 dicembre, o giù di lì, al limite prima, mai dopo, montavamo albero e il presepe, che il 6 gennaio smontavamo. Quell’anno, molti anni fa, il primo imballaggio, precisamente nel giorno dell’Epifania, che tutte le feste porta via. Era stato il primo Natale sotto lo stesso e nostro tetto. Poi sono venuti il primo Natale da sposati, con nostra figlia, nella casa nuova, con nostro figlio; il primo Natale con loro a scuola, sul passeggino, poi sulle loro gambe, con il primo dentino caduto, sapendo leggere, avendo imparato ad andare in bicicletta e via crescendo. E’ stato con loro e grazie a loro se abbiamo dato corpo a un desiderio anche nostro, latente e inespresso, quello del “Ma chi l’ha detto che il 6 gennaio bisogna togliere tutto?”. A loro, ai bambini, dava dispiacere, quasi dolore, a noi forse pure, e, seguendo la traccia del desiderio infantile, conscio o inconscio, abbiamo cominciato a protrarre gli addobbi, le feste. Potrei sbagliarmi, e però mi sembra che un anno addirittura siamo andati avanti sino a fine gennaio. Abbiamo continuato anche quando è cominciato ad arrivare qualche Natale, per la prima volta, “senza”. Senza qualcuno, qualcosa, molto. E’ allora anche per compensare, forse, che continuiamo a tirare per le lunghe. Per compensare, per tenere, mantenere, ricordare.

Ecco, ho attaccato il nastro adesivo sull’ultimo scatolone. Arriverà il momento, mi dico, in cui dovrò togliere questi strati precedenti per riuscire a chiudere lo scatolone. Questi stessi scatoloni che all’inizio erano uno, forse due, e ora sono otto, forse di più, con le scritte “Luci Natale”, “Presepe”, “Presepe bimbi”, “Luci bimbi”, “addobbi vari” e via annotando. Cambieremo e aggiorneremo le scritte. Intanto Guccini ha finito di cantare “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia”. La casa ora sembra spoglia. Più tardi, aiutato dai ragazzi, porterò tutto in cantina. Tornando su, mi parrà tutto più triste. Ma durerà un po’, qualche ora. Il tempo di andare a dormire, svegliarsi e riandare a dormire. Poi cercheremo e troveremo il calore nel quotidiano. La carezza della normalità. In un periodo che di normale non ha proprio nulla, è questo il vero Natale.




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