·L’odissea dei tamponi·

Tamponi persi, tamponi che arrivano dopo tre e anche quattro settimane. Tamponi che non arrivano affatto. E’ una storia di inefficienze, di burocrazia, di lentezze, di laboratori che non funzionano, di incredibili pause festive nonostante l’emergenza Coronavirus. In Abruzzo tantissime famiglie di contagiati aspettano i risultati dei test da decine di giorni, senza sapere cosa fare, alcuni tornando a uscire dopo i 14 giorni di quarantena obbligatori. Altri sono in attesa anche dopo la morte di un familiare. Storie che fanno venire i brividi, che provocano dolore, e che fanno rabbia. 

Martina Salerni ha 18 anni ed è la figlia di Maurizio, l’uomo di Lanciano di 54 anni morto durante la settimana santa all’ospedale di Teramo. La sua è una storia da leggere attentamente, Martina l’ha scritta il 20 aprile scorso su Facebook nel gruppo “Noi denunceremo”.

“Sono Martina, ho 18 anni e scrivo da Lanciano, Abruzzo, ho sentito di questo gruppo al Tg e ho subito pensato che avrei potuto condividere la mia triste storia con persone che hanno sofferto come ho sofferto io. Scrivo per denunciare l’inefficienza di questo sistema e per rendere giustizia al mio papà, morto di Coronavirus venerdì Santo nella terapia intensiva di Teramo a soli 54 anni, probabilmente per inettitudine, negligenza di chi l’ha abbandonato otto giorni a casa lasciando che la malattia degenerasse fino all’insufficienza respiratoria, solo perché alla domanda “ha avuto contatti con qualcuno del Nord?” (ma con sintomi visibilmente riconducibili al Covid) avrebbe risposto di no, e quindi non era necessario sottoporlo a un tampone. Nonostante non fosse previsto dai protocolli, io e mia madre, essendo persone coscienziose, abbiamo richiesto un tampone per entrambe per tutelare chi ci sta intorno. È bene che si sappia che chi finisce i 14 giorni di quarantena, esce a piede libero senza che venga verificata  l’effettiva negatività, infettando così mezzo mondo (è acclarato che il virus non va via in due settimane). Prima del decesso di papà siamo riusciti a farci fare questo tampone dopo vari agganci (ci tengo a sottolinearlo per far capire che in Italia è necessaria una raccomandazione anche in punto di morte). Il mio è arrivato dopo una settimana circa e sono risultata positiva, quello di mia madre è andato perduto, insieme a quello di tante altre persone. Dopo 15 giorni, ci è stato rifatto un altro tampone, il mio sarebbe dovuto essere quello di riuscita ma ad oggi non si sa che fine abbia fatto, probabilmente perché è stato perso anche quello. Mia madre dopo più di un mese risulta ancora positiva. Mi sorge spontanea una domanda (retorica perché la risposta per  me già ce l’ho): come si pensa di uscire da questa situazione se il sistema fa visibilmente acqua da tutte le parti? In trincea ci sono anche le famiglie come la mia, che si sono trovate a combattere questa battaglia in solitudine (in primis mio padre che probabilmente si sarebbe potuto salvare se chi di dovere si fosse comportato in maniera scrupolosa) senza essere né tutelati nel rispettati”.

Ma quella di Martina è solo una delle storie terribili che si sono verificate in Abruzzo. 

Un’altra storia la racconta Alessandro Lanci, la storia di una donna ricoverata in isolamento e ancora in attesa dell’esito del tampone:

“Una mia amica, nonché attivista di Nuovo Senso Civico, 42 anni – scrive Lanci –  fino ad ottobre scorso malata oncologica, asmatica cronica, con i polmoni già compromessi per l’effetto delle chemio, dalle radioterapie e dall’ormonoterapia, è stata a casa con la febbre alta per una settimana. Visitata al pronto soccorso con grande scrupolo dal medico di turno che ha subito ordinato una TAC. Il risultato ha confermato una polmonite, è stata subito ricoverata in isolamento presso un ospedale abruzzese. Da una settimana è sottoposta alle cure del caso ma purtroppo ancora ad oggi (e non si sa quando arriverà) non hanno ricevuto l’esito del tampone per il Covid 19. I medici comunque la stanno sottoponendo in maniera preventiva alla profilassi contro il Corona virus. Nella speranza che il tampone dia esito negativo, nel caso la mia amica sarebbe stata sottoposta alle cure per il Covid19, anche molto pesanti, inutilmente…Come si può investire per un ospedale covid e non sulla velocità ed esecuzione dei tamponi e sulla messa in sicurezza del personale sanitario? Come si può in questa drammatica situazione non lavorare e non mettere in campo azioni per potenziare la medicina sul territorio?”,

conclude Lanci. Come si fa?

Ma c’è di peggio, ancora peggio. E’ nota la storia dell’insegnante in pensione di Francavilla, Gelsomina Billotti, 68 anni, morta per il Coronavirus: il suo tampone si è perso.

“Mia mamma – ha raccontato al Messaggero  la figlia Serena Iuliani – ha iniziato a star male i primi di marzo, quando ha manifestato febbre e sintomi gastrointestinali. Inizialmente il medico ha ipotizzato un’influenza, poi però il 16 marzo ha iniziato ad avere tosse e febbre persistenti; il medico ha pensato allora a una bronchite, ma questa febbre scendeva e saliva con un andamento strano e la tosse non passava. Così abbiamo chiamato il 118 e il 26 marzo le hanno fatto il tampone per diagnosticare il Covid-19. Purtroppo l’esito non è mai arrivato, perché il tampone si è perso. Poi la situazione si è aggravata e mia madre il primo aprile è stata ricoverata in ospedale, il 4 è finita in terapia intensiva, il 6 aprile le hanno fatto un secondo tampone, ma in ospedale la trattavano già come se fosse positiva, e l’altro ieri, dopo 10 giorni, è arrivato l’esito di positività, ma mia mamma purtroppo è morta lo stesso giorno”. 

Il marito, dopo tre settimane, non aveva ancora l’esito del tampone. Così i figli, così gli altri familiari. 

Un’attesa di 10 giorni per Giovanna Velonà e sua madre: il padre Antonio è morto il 25 marzo a Lanciano: si era rotto il femore e a febbraio era stato operato in Ortopedia, poi trasferito ad Atessa per la riabilitazione e dopo un malore, di nuovo riportato a Lanciano nel reparto di Medicina generale.

“Abbiamo appreso la notizia della sua morte dai giornali”

ha raccontato Giovanna, avvocato. Dopo la morte del padre,  i familiari chiedono il tampone ma viene loro risposto che viene fatto solo a chi ha sintomi conclamati. Sintomi che cominciano a manifestarsi nella madre di Giovanna. Il 6 aprile viene eseguito il tampone a domicilio, ma improvvisamente dopo qualche giorno, il personale sanitario si presenta a casa loro per fare un nuovo tampone, “senza specificare la motivazione”.

Ritardi su ritardi. Che tradiscono inefficienze e negligenze pesantissime, e che mettono a serio rischio i cittadini compromettendo la possibilità che l’attesa Fase 2 in Abruzzo possa aprirsi con sicurezza e serietà.

Ieri all’Aquila l’assessore Liris ha annunciato che gli amministratori di Dante Labs, Andrea Riposati e Mattia Capulli, doneranno una cappa laminare all’Asl1 che consentirà al personale di laboratorio di lavorare in sicurezza, protetti dal virus durante l’analisi dei tamponi. E intanto anche il San Salvatore è pronto a partire con i tamponi.

E sempre ieri  l’assessore Verì ha annunciato che è in arrivo a Pescara un nuovo macchinario ad alta tecnologia, di fabbrica cinese, capace di processare 2.400 tamponi al giorno. Aspettiamo, speranzosi. Per vedere se e cosa cambierà.




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