·L’estate di Diego·

C’era un ragazzo argentino, scuro di carnagione, e si chiamava Diego, anche se non era quello famoso. Era l’estate dell’86 e ci trovavamo in Inghilterra. Pensavo che doveva essere gratificante essere argentini, in quel momento, e che sarebbe piaciuto anche a me vincere il mondiale in terra straniera; radunarsi con i connazionali e cantare l’inno per strada. Per consolarci delle delusioni della nostra nazionale, noi italiani invece dell’inno cantavamo le goliardiche canzoni delle osterie. Ma tanto inglesi e argentini che potevano capire? Per cui cantavamo e le ragazze scandinave si giravano. E ridevano. Forse per prenderci in giro. Chissà che fa ora quel Diego, che mentre noi cantavamo e le ragazze scandinave ridevano, mostrava una gioia tutto sommato contenuta rispetto alle imprese della sua nazionale.

C’era il mio amico Bruno che tifava Napoli. Condividevamo la passione per il calcio e andavamo via dalla spiaggia per leggere il Corriere dello sport al bar della Pensione Anna. Leggevamo di Falcao e di Krol. Poi di Cerezo e di Dirceu. Fino a quell’estate in cui il Napoli acquistò Maradona. Aveva vinto lui.

So cosa fa ora Bruno, più o meno. Siamo ancora amici, anche se ci viviamo solo su FB. 

C’era una domenica di maggio del 1987, in cui il Napoli divenne grande vincendo il suo primo scudetto. Noi della Roma l’avevamo vissuto quattro anni prima. Ricordavo bene la gioia che vedevo, incontenibile, nelle immagini che passavano al televisore. Vabbè – pensavo – una gioia così è bella anche sui volti degli altri. Intanto qualcuno, sul muro del cimitero di Napoli scriveva, rivolto evidentemente ai defunti: “Che vi siete persi”.  E l’hanno ricordato tutti. Qualcun altro però, anche se è stato ricordato di meno, il giorno dopo scrisse: “E chi ve l’ha ritt’”?. Aveva vinto lui. Anzi, loro. Chissà se ci sono ancora quelle due scritte. O qualche zelante, ma ottuso interprete del decoro urbano le ha fatte imbiancare.

C’era un fangoso campetto di periferia, ad Acerra, ed un ragazzo che aveva bisogno di un intervento chirurgico all’estero, solo che non se lo poteva permettere. Il più grande giocatore di calcio di tutti i tempi e la sua squadra si presentarono lì, scaldandosi tra le macchine parcheggiate, affrontando una partita contro una squadra di sconosciuti per raccogliere i fondi. Il campione, per convincere il presidente, che non era d’accordo, pagò di tasca sua l’assicurazione contro gli infortuni. Tra il fango e le buche giocò come se fosse stato sull’erba del Camp Nou e regalò agli spettatori un gol che a rivederlo oggi sembra quasi la copia di quello che un anno e mezzo dopo, contro ben altri avversari, avrebbe segnato al mondiale. Chissà cosa ne è di quel campo, adesso. Se ci hanno costruito, o ci giocano ancora e se ci apporranno una targa commemorativa. E chissà che ne è di quel ragazzo di Acerra.

E poi c’era lui. Diego Armando Maradona. Il campione. Il più grande calciatore di allora e di tutti i tempi. Del quale si è detto moltissimo, anche se non tutto. Nemmeno di lui sappiamo veramente cosa stia facendo adesso. 

Chissà se c’è un campo di calcio, lì. Forse sì. Che sia poi d’erba, di fango o di nuvole, fa lo stesso. Ce l’ha insegnato proprio lui. 




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