·L’ermo colle·

Un pomeriggio di troppi anni fa, un pomeriggio da giovane Werther, con annessi pseudo dolori, mi avventurai verso il confine estremo della mia città. A quel tempo bastava percorrere pochi chilometri per trovarsi davvero in un’altra dimensione. Imboccai una strada che si rivelò essere senza uscita, chiusa dal vastissimo e incolto agro romano. 

Parcheggiai e mi avviai a piedi. Era del resto una situazione ideale per un aspirante giovane Werther, pensoso e dolente. Dopo circa un centinaio di metri, mi trovai di fronte ad una vista inaspettata. Il terreno, sin lì accidentato, si sviluppava in una vasta distesa di erba corta e regolare, delimitata su un lato da un dolce rilievo, una collinetta che mi apparve subito nel suo poetico aspetto. Sì, perché quella collinetta assomigliava davvero tanto all’ermo colle di Recanati. Principiato il cammino come un giovane Werther, mi calai facilmente in una dimensione leopardiana. Trovai un punto comodo in cui sedermi. Tra me e il tutto c’era una collina che impediva di vedere oltre. E però io, per l’appunto leopardianamente, immaginavo quell’oltre, i sovraumani silenzi, l’eterno e le morte stagioni, lasciandomi andare all’immenso. Partito con uno stato d’animo costruito su uno stereotipo, mi ritrovai invece preso da un’emozione vera e profonda. In un posto magico, dove poi, stranamente, non sono più andato, pur conservandone un ricordo vivissimo. 

Molti anni dopo, quella sezione di agro romano è stata conquistata dall’uomo e per una larghissima parte selvaggiamente cementificata. Un’altra, certamente più contenuta parte è stata invece sistemata e allestita in modo da diventare un confortevole parco. 

La strada che allora terminava ora prosegue. Di qua filiere di case di nuova costruzione, di là il verde. Lo scenario è talmente cambiato che pensavo fosse sparito anche il colle.

C’è ancora, invece, anche se un po’ mimetizzato e soprattutto, per via del cambiamento che ha avuto il contesto, senza più quella suggestiva funzione di celare il tutto.

Io però lo riconosco.

Una settimana fa, di pomeriggio, mia figlia è uscita con le amiche. Sono andate a passeggiare proprio in quel parco. Eravamo d’accordo che sarei andata a prenderla. 

All’ora concordata ero lì, in prossima dell’ermo colle, ad aspettare che arrivasse mia figlia. Nell’attesa, ho chiuso gli occhi e mi sono ricordato esattamente di come era. Mi è parso anche di sentire l’odore di quel pomeriggio di primavera inoltrata, al contatto con la natura e i pensieri miei vaghi e irrisolti, ma al fondo orientati all’ottimismo e al futuro. 

Quando ho riaperto gli occhi, ho visto mia figlia che veniva da quella direzione. 

E’ arrivata e ci siamo abbracciati: “Che buon profumo Papo”. In realtà è sempre lo stesso, e le ho raccontato, forse per l’ennesima volta, di quando avevo più o meno la sua età e tutti, ma proprio tutti usavamo solo quel profumo. Un’essenza generazionale. Poi la moda è passata e anche io ho seguito altri profumi. Sino a quando, una decina d’anni fa, mia moglie me l’ha regalato di nuovo e da allora non l’ho più lasciato. “Papo, ma ti ricordi che quando andavo alle elementari me lo mettevo?”. “Ti piaceva?” “Ammazza, un sacco, poi a scuola mi chiedevano che profumo fosse e io dicevo, tutta orgogliosa, <è il profumo di mio papà>”.

Mi ha fatto pensare questo ricordo di mia figlia. 

Siamo ciò che lasciamo. A chi amiamo, a chi incontriamo, a chi si relaziona a noi. Istanti, emozioni, profumi. 

Ed io vorrei tanto far sapere a chi è andato via che me li ricordo tutti: gli istanti, le emozioni, i profumi che abbiamo vissuto insieme. 

Mano nella mano con mia figlia ci siamo avviati verso la macchina. L’ermo colle alla nostra sinistra. Intorno a noi, come per me allora, i sovraumani silenzi, l’eterno, le morte stagioni,  e questa volta pure la presente. Eravamo nell’immenso. 

Chissà se anche mia figlia lo ricorderà così.




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