·L’elefantino all’insù·

elefantino

Un’estate di questo stesso millennio, qualche anno fa, comprai da un venditore ambulante, sulla spiaggia, delle cuffiette bluetooth. Il venditore, che era di colore, anzi negro (perché, come disse una volta Dacia Valent, tutti abbiamo un colore, è razzismo dire “di colore” solo a chi è nero, c’è più dignità e orgoglio nella parola “negro”), mi assicurò che, se non avessero funzionato, le avrebbe cambiate, senza problemi. Tanto lui sempre di lì sarebbe ripassato. 
Tornato a casa, verificai che le cuffiette funzionavano nell’ascolto, ma non si riusciva a ricaricarle. Dovevo cambiarle.
Aspetta oggi, aspetta domani, quel venditore non ripassava più. Un giorno, allora, ne fermai un altro; mi sembrava che fossero insieme quando io procedevo all’acquisto. Gli chiesi notizie del suo collega, ma lui non capiva. Allora mostrai le cuffiette. A gesti mi disse che non ne aveva. Provai a spiegargli che non volevo l’oggetto, volevo il venditore. Continuava a non capire. Mi venne il dubbio che fingesse di non capire, per proteggere il collega; magari erano pure soci. Cominciai a spazientirmi. A quel punto lui, con una imperturbabile espressione, mi porse un oggetto: un piccolo elefantino di legno, bordeaux. “Ma ti pare questo il momento di provare a vendermi una cosa?”, pensai, “mi sto lamentando per una fregatura che mi ha mollato il tuo compare e tu me ne proponi un’altra?”. Ci mancò poco che non lo mandassi a quel paese.
In serata, volendo esorcizzare il senso di colpa per un comportamento che una parte di me, accanto a quella che giustificava, condannava severamente, raccontai l’accaduto a degli amici. Quando finii il racconto, qualcuno mi chiese se la proboscide dell’elefante fosse stata all’insù. Non lo sapevo, non ci avevo badato e non mi interessava. Gli amici che avevano ascoltato il racconto si misero invece a disquisire sull’argomento. All’esito di questa poco pertinente divagazione, emerse che gli elefanti, quando vengono regalati ed affinché possano essere considerati dei porta fortuna, debbano avere la proboscide all’insù. Non che se l’abbiano all’ingiù portino male; in quel caso, sono scaramanticamente “neutri”.
Qualche giorno dopo, sulla stessa spiaggia, ero in acqua quando mi resi conto che mia figlia, allora di 4 anni, mi stava seguendo. Le feci cenno di aspettarmi e lei annuì con il capo, mettendosi a sedere. Mi tuffai, nuotai per qualche bracciata verso il largo, poi mi fermai e mi girai a controllare. Mia figlia era ancora seduta. Le si era però avvicinato un uomo, un venditore ambulante. Negro. Frenai l’istinto di intervenire immediatamente, rendendomi conto del rigurgito razzista che animava questa intenzione. I due, del resto, sembravano capirsi. Poteva quasi dirsi che stessero parlando fittamente. La cosa aveva già dell’incredibile. Lo fu ancora di più quando mia figlia indicò nella mia direzione, l’uomo si girò verso di me ed io riconobbi in lui il secondo venditore, quello con cui non ero riuscito in alcun modo a comunicare, finendo per innervosirmi. Mi resi conto che pure lui mi stava riconoscendo. Ritenni giunto il momento di intervenire, potendo ora dirmi che non lo facevo con una motivazione razzista, disdicevole e contraria alla mia formazione, ma solo perché si trattava di persona, di qualunque “colore” fosse, con cui avevo avuto un dissidio e che, perciò, non era il caso si trattenesse con mia figlia.. Mentre mi avvicinavo, notai un movimento da parte del venditore, qualcosa che poteva assomigliare ad una carezza, che mi indusse ad accelerare il passo. Dentro l’acqua, però, è difficile accelerare il passo. Arrivai quindi da mia figlia che il venditore si era appena allontanato, sebbene ad una distanza tale per cui, se fosse stato necessario, non avrei faticato a raggiungerlo. Volli prima di tutto sincerarmi di come stesse mia figlia. Mi chinai e lei sorrise, serena; poi tese il braccio e mi mostrò l’oggetto che teneva in mano: un elefantino di legno, bordeaux, con la proboscide all’insù.




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