·Le parole che rendono immortali·

#LaLineaVerticale (Regia: Mattia Torre. Con: Valerio Mastandrea, Greta Scarano, Babak Karimi, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Antonio Catania, Alvia Reale, Cristina Pellegrino, Elia Schilton, Massimo Wertmüller, Federico Pacifici. Genere: Commedia drammatica)

Nella settimana in cui Camilleri e De Crescenzo ci hanno lasciato al nostro destino, per fortuna – per chi vuole – con l’eredità delle loro parole e di filosofie di vita alternative all’odio, al livore e all’indifferenza, voglio dedicare qualche riga a Mattia Torre (leggete qui). Anche lui in questi giorni se n’è andato, un altro bravissimo autore, scrittore e sceneggiatore. Era nel pieno della sua vita e della sua attività creativa; non poteva, come Camilleri e De Crescenzo, annoverare tra i suoi ricordi due guerre mondiali, la liberazione, la prima costituzione repubblicana, quasi tutta la storia del 900, oltre a questo ventennio degli anni zero. Era del ‘72. Troppo giovane per morire; un peccato non potere più leggere, ascoltare e vedere le sue creazioni letterarie e cinematografiche, vere chicche di riflessione post moderna, occasioni imperdibili per scandagliare dentro noi stessi e il nostro tempo. Se non lo conoscete, per farvi un’idea, guardate questi cinque minuti de “I figli ti invecchiano”, un monologo di Valerio Mastandrea: (leggete qui). Si tratta di un pezzo di una sua opera antologica, In mezzo al mare (Mondadori), che potete leggere ed anche ascoltare in uno splendido audiolibro, narrata da Valerio Aprea, Geppi Cucciari e sempre Valerio Mastandrea. Che è pure protagonista del film per la televisione, di cui vi parlo (evidentemente e drammaticamente autobiografico) che la Rai ha trasmesso in otto puntate lo scorso anno. Vi consiglio di vederlo, anche tutto insieme, se vi regge il cuore e avete tempo: dura circa tre ore e mezzo, e lo trovate gratuitamente e liberamente scaricabile su Rai Play. Racconta la storia di Luigi, che poco più che quarantenne scopre improvvisamente di avere un cancro. Ha una giovane moglie incinta (Greta Scarano, nastro d’argento come migliore attrice non protagonista in Suburra di Stefano Sollima (leggete qui) , e una bambina di pochi anni. La storia si svolge integralmente in un grande ospedale cittadino, in due settimane dove si alternano la disperazione e la certezza della fine; la speranza da leggere sulle facce dei medici, la fiducia e insieme la sfiducia per la scienza e le medicine; l’umanità e l’asprezza delle relazioni, costrette nei ritmi di un reparto urologico dove si susseguono oncologi e chirurghi, anestesisti e infermieri, come in una cittadella a sé, priva di contatti con la realtà. La narrazione è originale, ironica, spesso onirica. Cruda, urlata e insieme poetica, spesso struggente. Fluisce dalla mente di una persona che, come lui stesso afferma, prima che gli venisse diagnosticata la malattia, pensava di essere invincibile. Se si mette da parte il pensiero che l’autore di questa storia ne è rimasto vittima, è uscito sconfitto, giovanissimo, dalla battaglia contro il cancro, il film ha diversi aspetti positivi ed è capace di oltrepassare il senso della paura che tutti abbiamo, ed innalzare un evento così temuto a una curva della vita che si può superare, seppure con fatica e coraggio ed un passo per volta; ed in ogni caso rafforza, insegna, fa acquisire valore a quelle minuscole gioie di cui prima non ci si accorgeva nemmeno. Il protagonista cita a un certo punto una lirica di Borges, Poesia dei doni (qui): leggetela, anche per comprendere lo spirito più intimo di chi ha scritto la sceneggiatura. Mastrandrea è il fulcro della pellicola, la valorizza in modo determinante, ma non è solo: è circondato da bravi attori, tra i quali merita una menzione Antonio Catania. Il personaggio che Mastandrea qui si trova a interpretare mi ha ricordato quello del film Euforia, di Valeria Golino (leggete qui) dove, insieme a Scamarcio, mette in scena la tragedia e lo sconvolgimento che la malattia provoca nella nostra quotidianità. Bella la colonna sonora, in particolare questo pezzo ricorrente: Mad word, di Jasmine Thompson (leggete qui).
La linea verticale è un titolo simbolico e ha tanti significati: il più importante è che per resistere a una prova come quella raccontata bisogna alzarsi, stare centrati, rimanere verticali. Non farsi abbattere, in posizione orizzontale, se se ne ha la forza.
4 ciak 🎬 🎬🎬🎬.
Un pensiero di gratitudine e affetto a Mattia Torre.




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