·Le case degli altri·

 

Lo schema è sempre lo stesso: leggi l’annuncio dell’appartamento, pensi che possa piacerti, chiami l’agenzia, fissi l’appuntamento. Quando poi vai, entri nelle case degli altri.

Mi fa effetto. Un effetto diverso da quello che ricordavo, risalente a quando, più di dieci anni fa, con mia moglie cercavamo la casa nella quale attualmente viviamo. Allora vedevo solo l’appartamento, la struttura, i progetti che potevamo realizzare noi.
Il più delle volte sono appartamenti vuoti. Mai del tutto, però. Ci sono i segni della vita che è passata di lì. Mobili, libri, qualche cornice. I letti di quando i figli erano ragazzi. La camera matrimoniale. La cucina con le sedie rovinate ed il frigorifero spento e vuoto. Una foto di dieci, venti o trenta anni fa. “E’ la padrona di casa?”. “Sì, era lei. I figli vogliono vendere”. Perché? Perché la casa è grande, perché abitano da un’altra parte, perché hanno bisogno di soldi, perché, perché, tutti i possibili perché di quando si decide di vendere una casa.
Mentre giro per le stanze, è come se vedessi i momenti di vita che le hanno riempite. I compleanni, il primo giorno di scuola, una promozione, la notte prima di qualcosa, un pianto, una lite, una festa. E’ questa la differenza rispetto a prima. Adesso percepisco la vita che c’è stata, quella che le mura, gli oggetti, persino la polvere mi comunicano.
Altre volte l’appartamento è ancora abitato. In genere da una persona anziana. Una persona sola. Quando ne incrocio lo sguardo, leggo nei suoi occhi il dolore. Per un’assenza. Qualcuno o qualcosa che non c’è più. Una persona, un sentimento, una vicinanza, un progetto, un sogno.
Sebbene cerchi di scansarla da me, la sensazione è di stare di fronte ad un’immagine riflessa.
E’ così che quando torno a casa, mi sento molto meno sicuro di prima. E’ come se le mura domestiche non fossero più in grado di proteggermi. Non dalla vita. Non dal tempo. Mi vedo con lo sguardo degli altri.
Tanto lo so da me. Non ho bisogno di un punto di osservazione diverso, per sapere che la vita è così. E’ “un tempo piccolo”, per rubare le parole a Franco Califano, fatto di occasioni, spesso perdute, qualche volta prese al volo.
Un’occasione che adesso proprio non voglio perdere, per esempio, è quella di andare di là, prendere una bottiglia di vino buono, uno di quelli messi da parte per i momenti speciali, anzi di prendere proprio il migliore di tutti, e stapparlo. Ora. Subito. Perché bisogna andare incontro alle occasioni importanti. Non aspettarle. Al limite, se non ci sono, inventarsele. Anche adesso. Soprattutto adesso. Adesso più che mai.





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