·Le apparenze che ingannano·

#pastoraleamericana (Regia: Ewan McGregor. Con: Ewan McGregor, Dakota Fanning, Jennifer Connelly, Uzo Aduba, Molly Parker, Rupert Evans, David Strathairn, Valorie Curry, Peter Riegert, Mark Hildreth. Genere: Drammatico)

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Il film è una trasposizione del romanzo di Roth, vincitore del premio Pulitzer. Necessariamente non ha la complessità del libro. Ma dire che il libro è meglio del film è come dire che non ci sono più le mezze stagioni. Banalità a parte, ho apprezzato il taglio dato dal regista attore Ewan McGregor che si è concentrato sulle vite dei protagonisti, sui loro rapporti, sui profili psicologici, lasciando molto sullo sfondo l’attualità delle vicende storiche contemporanee ai fatti. Dal dopoguerra al Vietnam allo scandalo Watergate. La lente di ingrandimento è su una famiglia americana, di origini ebree, in tutto perfetta. Un paradigma di positività: ricchezza, successo, bellezza. Matrimoni solidi, un’impresa che produce guanti di pelli pregiate per il jet set del New Jersey. Dipendenti quasi tutti neri che lavorano in un clima sereno e gioioso, mentre fuori furoreggiano scontri proprio in difesa dei neri e tra neri e bianchi e tra neri e poliziotti. Scontri, spari e pestaggi. Ma la fabbrica e la fattoria dello “svedese” e della sua splendida moglie (una miss che lui ha fortemente voluto accanto sebbene cattolica) sembrano impermeabili a quella violenza. Come se il benessere guadagnato con l’impegno e la serietà nel lavoro (costruito dal padre di lui, il più umano tra i personaggi della storia) rendesse immuni dai problemi dei comuni mortali e dalle “imperfezioni” della vita. Invece non è così. Il messaggio è: mai fidarsi delle apparenze. Le apparenze ingannano. E questa non è una banalità, ma proprio il nocciolo del film e prima del romanzo. I due protagonisti cominciano a scontrarsi con una di quelle imperfezioni, che già sbaraglia la nitidezza delle loro esistenze: la bionda ed amatissima unica figlia è balbuziente. Non solo. Dimostra subito di essere una “diversa”. Discorsi strani, sin da piccolissima. Riflessioni sulla vita, del tutto anomale per quegli ambienti, soprattutto per quella mamma. Una bambola da copertina, fredda e passiva. Questo è l’altro messaggio ed è sferzante: cosa accade ad un figlio nel rapporto con un genitore così privo di sbavature, con un aspetto così impeccabile. Ammirato da tutti. Ancora peggio se quel genitore è la madre. Vivere in tutta questa perfezione genera nella ragazza una ribellione radicale, la porta a rifiutare la propria famiglia tanto da rinnegare se stessa. Con gesti estremi, aderendo prima a gruppi di protesta, poi al terrorismo, infine vivendo ai margini della società, seguace di oscure credenze orientali. Un fallimento dolorosissimo per lo “svedese” che cerca in ogni modo di tenere insieme quella perfezione familiare, di riportare a casa la sua bambina ormai perduta, di illudersi che tra lui e la moglie vi sia ancora una parvenza di amore. L’apparenza diventa un affresco scrostato. Ed in una delle scene finali c’è una frase che tira le fila: è così che sappiamo di essere vivi, sbagliando. Elogio dell’imperfezione e dell’errore. La perfezione genera mostri. Sbagliamo liberamente; e mai strade troppo dritte, mi raccomando.




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