·Laura, l’infermiera di Teramo sul sito dell’Onu·

Una storia italiana sul portale delle Nazioni unite, una storia di un’infermiera di Teramo laureata da appena un anno, e ora in prima linea in un ospedale Covid. Laura Lupi, 24 anni, racconta all’Ufficio regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa la sua storia, la fatica e il dolore e le lacrime del suo lavoro al fianco di malati che lottano per la vita.

Laura racconta la cura, l’attenzione e la meticolosità per vestirsi prima di entrare in reparto:

“Il modo in cui indossiamo i nostri indumenti protettivi all’inizio di ogni turno decreta il nostro destino. Quei primi venti minuti necessari per indossare la tuta protettiva sono fondamentali per evitare l’infezione. Mi è capitato di avere a che fare con le malattie infettive prima d’ora, ma questo virus è diverso perché non ne sappiamo abbastanza”,

racconta.

“Quello che mi spinge ad andare avanti è che voglio sentire i pazienti che tornano a casa dire “io sono sopravvissuto al COVID-19. Niente avrebbe potuto prepararmi per le sfide professionali ed emotive che sto affrontando adesso. Durante il primo giorno di lavoro in quel reparto sono entrata in una stanza e un paziente stava piangendo. Quando gli ho chiesto cosa fosse successo mi ha risposto che sua suocera era morta e lui non poteva consolare sua moglie. Tutto quello che ho potuto fare per alleviare la sua pena è stato mettere una mano sul suo petto, ma lui non riusciva nemmeno a vedere il mio viso”.

Ma non è semplice neppure il ritorno a casa:

“Vivo con i miei genitori e con mio fratello, ma per paura di infettarli non posso condividere con loro neanche la cena”. Infine un appello la sola cosa che vi chiediamo di rimanere a casa per noi non saremo al lavoro per voi”.

Laura Lupi

Infine un appello:

” La sola cosa che vi chiediamo è di rimanere a casa per noi, noi saremo al lavoro per voi”.

E’ una ragazza giovane, come tante, Laura. Con i sogni e le speranze di tutti quelli della sua età. E il 25 marzo, lei che non scrive molto su Facebook, aveva sentito il dovere di dirlo, a tutti:

“Ho 24 anni e sono infermiera da neanche un anno. Il giorno della proclamazione abbiamo letto il giuramento degli infermieri, che, citando testualmente, recita “Giuro […]di mettermi, in caso di pubblica calamità, a disposizione dell’autorità competente, prestando la mia assistenza professionale a qualsiasi malato che ne abbia bisogno[…]” (anche se questa non è una pubblica calamità, è come se lo fosse). Leggerlo per la prima volta mi ha fatto commuovere, mi ha fatto pensare “fico!”, ma di sicuro non è stato in quel momento che ho realizzato di cosa si trattasse. Non l’ho realizzato neanche quando ho ricevuto la breve e rapida chiamata di reclutamento: “Sei disponibile a partire? Ok, sei stata assegnata all’ospedale Covid di Atri”. Ma l’ho realizzato trovandomi lì. Lì tra pazienti che si chiedono cosa abbiano fatto di male per beccarsi un virus bastardo che in pochi giorni ha distrutto un Paese, pazienti che si chiedono se ne usciranno e come ne usciranno, che piangono perché non hanno potuto dire addio ad un parente perché bloccati dal virus, pazienti che hanno fame d’aria. Fa paura. Sono stata la prima a dire “ma va, è solo un’influenza!”, e me ne vergogno. Non è solo un’influenza. È un virus che uccide. Quindi vi prego, state a casa”.

Più che mai ora, alla vigilia di una Pasqua che molti pensano di poter vivere come prima.

#RestiamoACasa, per favore. Per Laura e per tutti quelli che lavorano in prima linea come lei.




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