·L’attesa·

Chiudo gli occhi e immagino una fila di macchine.

Penso che un po’ di cose, in questa forzata inattività, abbiamo capito, scoprendo, forse riscoprendo, il senso di molti automatismi.

Imprecare per la sveglia al mattino. Il traffico per andare al lavoro. La fatica sulla strada del ritorno, la sera. La sensazione del fine settimana troppo breve. Le vacanze che quando finiscono ti chiedi perché non si possa invertire il rapporto tra giorni di lavoro e di riposo. La scuola che non finisce mai e la gioia che prende i ragazzi quando sanno, inaspettatamente, che il giorno dopo non ci sono lezioni, chiuso, sospeso, si dorme. Evviva! Che ficata! 

E l’attesa al ristorante. La prossima volta ricordati di prenotare, così eviti questo strazio.

E nell’autobus, in metro, allo stadio, ai concerti, stretti, l’uno all’altro, spesso nostro malgrado. Ti sposti, per favore?

Tutto molto fastidioso, certo.

Però.

Ci siamo resi conto che la gioia della vacanza è inversamente proporzionale alla sua durata. Che il bello del venerdì sera è pregustare le ore di svago che non hai avuto per tutta la settimana. Che la strada sgombra di macchine è un piacere perché in genere non lo è. 

Di questo passo potrei arrivare a dire che il bello della pace è che viene dopo la guerra e non è una conclusione di cui sia fiero 

Sentendomi un po’ all’angolo, mi rifugio nelle certezze, perché il pensiero che stavo provando ad articolare è tutt’altro che originale, l’aveva messo a fuoco e tradotto in versi, da par suo e duecento anni fa, Giacomo Leopardi con Il Sabato del villaggio. Il piacere è nell’attesa del momento, più che nel momento in sé, ed è un piacere tanto maggiore, quanto più abbiamo faticato per giungervi. Se l’aveva scritto lui, mettendo a disposizione dell’umanità una consapevolezza che grazie a quei pochi versi è ora patrimonio universale, sentire comune, se l’aveva scritto Giacomino, dicevo, senza preoccuparsi che qualcuno lo potesse accusare di augurarsi la guerra per godere della pace, che devo preoccuparmene io? Certo che no. 

Anche se, mi viene da dire, una possibile confutazione a quella conclusione poco gradita c’è: la guerra è talmente distruttiva da rischiare di rendere vana la successiva pace, soprattutto se, nel frattempo, proprio a causa della guerra, tu non puoi più goderne. 

Provo a trarre una regola da queste confuse riflessioni ed è che le gioie sono tali nella misura in cui di esse non possiamo godere sempre, anche se l’interruzione non deve essere tale da mettere a rischio la stessa possibilità di goderne qualche volta. 

Davvero adesso ne sappiamo più di prima? Mica lo so. Forse esattamente come prima. Cioè pochissimo. Solo, abbiamo apprezzato aspetti, abitudini, piaceri che prima davamo per scontati. E’ sempre così. Apprezzi ciò che hai quando lo perdi. 

Tanto per aggiungere un tassello alla fiera delle mie banali considerazioni. 

Fatto è che tutti, ora, bramiamo il ritorno normalità. La passeggiata, l’incontro casuale, darsi la mano, abbracciarsi. Quando sarà tornata la pace, mi viene da dire. La pace? Allora lo vedi che serve la guerra per godere la pace? Lo vedi che non ho capito nulla? 

Apro gli occhi. Vedo il sole. So che è Pasqua. Le uova al cioccolato, ostinatamente acquistate, raccontano di un’infanzia che per la seconda volta, ora da genitore, sta andando via. Perché passa l’infanzia, passano gli anni, passa il tempo, passerà la guerra.

E sì, guardiamo avanti, al domani. 

Per farlo, richiudo gli occhi, e vedo di nuovo una fila di macchine. L’aria di primavera inoltrata. Gli italiani che tornano dalla “tradizionale gita fuori porta”, come da mezzo secolo sento dire al telegiornale, la sera del “Lunedì dell’Angelo”. Sto nell’abitacolo di una quelle macchine. 

Inchiodato in fila. Fermo. Felice.




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