·L’Abruzzo è più povero·

E’ un Abruzzo più povero, con meno posti di lavoro, meno ricchezza, meno aziende, un Abruzzo che la Regione targata Luciano D’Alfonso non vuole vedere e nasconde come polvere sotto il tappeto. I milioni annunciati col Masterplan, milioni di milioni, servono a poco o forse a niente. Fumo negli occhi. E’ tutto ciò che resta, dopo quattro anni di governo.

Bisogna leggere le cifre. Quelle dell’occupazione, per esempio. I dati Inps a confronto tra il periodo gennaio/dicembre 2016/2017 ci raccontano un Abruzzo diverso da quello rappresentato dai candidati al Parlamento.
Nel 2016 sono state 29.375 le assunzioni a tempo indeterminato, 102.443 le assunzioni a tempo determinato, 3.526 gli apprendistati, 10.846 le assunzioni stagionali. Nel 2017, un anno dopo, diminuiscono sensibilmente le assunzioni a tempo indeterminato e crescono quelle a tempo determinato tanto sbandierate da Dalfy & c., così come crescono gli apprendistati e le assunzioni stagionali. Cresce l’occupazione precaria, i contratti di qualche mese al massimo un anno, che impediscono ai giovani di investire sul proprio futuro, di mettere su famiglia, di comprare una casa. Non c’è da andarne fieri, proprio per niente. E così, nel 2017, le assunzioni a tempo indeterminato crollano da 29 mila a 25.418; quelle a tempo determinato invece crescono da 102 mila a 132.183; gli apprendistati da 3.526 del 2016 a 4.436, le assunzioni stagionali da quasi 11 mila a 14.734. Il totale fa registrare un segno più, quello che la Regione Abruzzo ha inserito sul curriculum per andare a Roma, +20,9 per cento, ma le assunzioni a tempo indeterminato registrano un calo significativo del 13,5 per cento in un solo anno. Un crollo vertiginoso, secondo i dati Inps.

Senza andare troppo lontano, proviamo a confrontare i dati dell’Abruzzo con quelli del Molise: le assunzioni a tempo indeterminato anche lì diminuiscono, ma solo del 2,7 per cento, e il totale delle assunzioni aumenta del 35,3. Anche il pil nel vicino Molise cresce e fa registrare un segno più: 1,6 per cento. Al contrario dell’Abruzzo, dove si colleziona un altro segno meno (-0,2 per cento).
Drammatici i dati sulla disoccupazione, che al 31 dicembre del 2017 rappresenta il 9,7 per cento. Un dato che cresce sensibilmente se viene studiato per fasce di età: per i giovani tra i 25 e i 34 anni rappresenta il 17,32 per cento, per la fascia di età tra i 18 e i 29 anni è ancora più alto, il 28%. Giovani senza futuro, che hanno studiato, si sono formati e non trovano impiego.

Non basta, non basta ancora: negli ultimi cinque anni hanno chiuso i battenti 4.206 imprese che sono passate da 131.072 del 2012 alle 126.866 del 2017, registrando una flessione del 3,21 per cento, valore doppio rispetto all’1,71 del dato nazionale. Nel 2017 il saldo tra nuove iscrizioni delle imprese e cancellazioni mette in luce un incremento di 563 unità, che si traduce una crescita dello 0,38%, più modesta rispetto al dato nazionale dello 0,75%. Se inoltre al saldo si somma il dato relativo alle cancellazioni d’ufficio, nel 2017 il numero delle imprese attive in Abruzzo subisce una flessione di 197 unità rispetto all’anno precedente.
Il quadro è ancora più critico nel settore dell’artigianato, secondo una denuncia della Cna, considerando che in Abruzzo nel 2012 erano attive 34.909 imprese, scese a quota 30.451 nel 2017, con un decremento di 4.458 unità, che in valori percentuali si traduce in una flessione del 12,77% (contro il -7,73% registrato a livello nazionale).

Il saldo tra iscrizioni e cessazioni, nell’artigianato abruzzese, nel 2017 evidenzia un decremento di 600 unità, frutto di 1.668 iscrizioni e 2.268 cancellazioni. La flessione maggiore riguarda la provincia di Chieti (-221 imprese). A seguire L’Aquila (-160), Pescara (-138) e Teramo (-81). I decrementi percentuali delle quattro province abruzzesi sono tutti superiori al dato nazionale (-0,84%).
In Abruzzo, nella Regione dai milioni di milioni, 350 mila persone sono a rischio povertà, e per loro il governo di centrosinistra non ha fatto nulla, non ha mosso un dito. Ma ancora peggio del rischio, secondo i dati Istat del mese di giugno dello scorso anno, il 12 per cento della popolazione è addirittura sotto la soglio di povertà.
ps: Gente, persone, uomini e donne alle quali ora il governo chiede il voto, e avrebbe bisogno di mangiare, di opportunità, di posti di lavoro, di assistenza.




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