·La verità fa male, lo sai·

#truth (Regia: James Vanderbilt. Con: Robert Redford, Cate Blanchett, Elisabeth Moss, Topher Grace, Dennis Quaid, Bruce Greenwood, David Lyons, John Benjamin Hickey. Genere: biografico, drammatico)

oscar

La verità fa male, una banalità drammaticamente vera. E spesso si fa di tutto per insabbiarla così chi da quella verità ha da temere sta in pace e le strade, spianate dal non detto o dall’occultato, raggiungono obiettivi immeritati. Il film parla di questo e parla del vero. È ambientato all’epoca della seconda elezione di George W. Bush; la protagonista è una giornalista di inchiesta, Mary Mapes (la splendida Cate Blannchett) che ha vari “difetti”: va per la sua strada, non ha padroni, cerca, appunto, la verità anche se ad incagliarsi nella verità (scomoda) potrebbe essere un super potente come il presidente degli Stati Uniti, che aspira ad essere rieletto. Sono in ballo dei documenti che potrebbero minare alla radice il suo “apparire” come un militarista convinto, svelando quanto nei fatti il giovane Bush si fosse “sfilato” dai suoi doveri bellici addirittura sottraendosi al Vietnam grazie a raccomandazioni di alto livello. Insomma, storie note, trasversalmente, in tutti i mondi. Non ci meravigliamo. Anche se ci rattristiamo. Soprattutto perché quella raccontata nel film (al contrario del caso Spotlight) è una storia di sconfitta. Della verità e del giornalismo, quello sano, che cerca i fatti per raccontarli al pubblico e dargli la misura della realtà. Robert Redford, nei panni del noto presentatore di 60 minutes, Dan Rather, quando gli si chiede perché ha scelto di fare il giornalista risponde: per la curiosità. La curiosità è tutto. E allora perché raccontare la verità? “Perché noi siamo così”, afferma Mary, la protagonista. E, come dice Braccio di Ferro: “sono quel che sono”. Il loro motto è FEA. Fottetevi e addio: una dichiarazione di intenti, di libertà di pensiero, di manifestazione del pensiero, senza temere il potere e le reazioni dei potenti. Noi. Ma tutti gli altri no. La maggioranza degli altri no. Evidentemente, per come va a finire questa storia. E ripeto: non ci meravigliamo ma ci rattristiamo perché corrisponde alla quotidianità che abbiamo sotto gli occhi. Chi fa giornalismo limitandosi a raccontare ciò che ci si vuole sentire dire per “vivere sereni” non ha problemi di sorta, non riceve querele, non si deve difendere davanti a giudici e commissioni varie. Chi invece ragiona in autonomia e cerca, pensa, ricostruisce i fatti, magari semplicemente per raccontarli, allora (se per di più ha l’aggravante di essere qualificata con disprezzo come “una femminista radicale”) passa i guai; perde anche il lavoro; si trova a dovere giustificare ciò che ha fatto mentre quello scampolo di verità che doveva emergere passa in ultimo piano fino ad essere dimenticato del tutto. Vi ricorda qualcosa? A me sì.

YouTube / freneticfilms – via Iframely




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