·La solidarietà è già finita·

Ho visto gente affacciata ai balconi cantare l’Inno di Mameli, suonare violini e chitarre, farsi gli aperitivi, applaudire l’Italia.

Ho visto riaffiorare la solidarietà, l’umanità, la vicinanza e la condivisione, tanto che mi sono detta ecco, forse un merito il Coronavirus alla fine ce l’ha, vergognandomi subito dopo.

E poi, dopo qualche giorno, ho sentito urlare not in my back yard, ho letto ma come, vogliono mettere il lazzaretto qui proprio qui, a Vasto? Hanno fatto barricate, mobilitato sindaci assessori parlamentari, e l’hanno chiamato lazzaretto, perché i malati di Covid 19 lì non ce li vogliono, mandateli altrove ma non qui, prendeteveli voi ma che siamo cittadini di serie B?

Si è dissolta in un attimo la solidarietà, l’umanità e la condivisione e sono finiti i canti e i viva l’Italia e Azzurro il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, non ci sono più  lacrime e aperitivi né fasce tricolori per i malati che sono diventati gli appestati, gli untori, gente di cui sbarazzarsi, mandare al confino, lontano da noi. Andranno a Ortona, dove c’è un’eccellenza come la Senologia (e dove le donne col tumore al seno e basse difese immunitarie dovranno convivere con i malati di Coronavirus) e forse un sindaco che ha urlato meno. O non ha urlato per niente perché manco lo hanno consultato. E mi sono detta no, non cambieremo mai: prima i profughi, adesso i malati. Non sta facendo nulla di buono il Coronavirus.

E ho visto il campanile affiorare nella triste contabilità dei contagi per allontanare da sé e dalla propria città il terribile sospetto della malattia. Come se il virus contenesse il peccato, e come se il Covid 19 colpisse i cattivi e si potesse ipotizzare l’immunità di quartiere.

Ho visto che alla fine siamo tutti più attenti ai telegiornali, a ciò che dicono i virologi, gli esperti, gli infettivologi, tutti sintonizzati tutti informati. Abbiamo imparato come lavarci le mani, toglierci le scarpe prima di rientrare a casa, arieggiare i vestiti, conosciamo il tempo di sopravvivenza del virus sulle superfici, sappiamo di tutto e di più sulle Amuchine e le mascherine, e anche come cucirle da soli. E mi sono detta finalmente, abbiamo capito cos’è il merito, adesso ascoltiamo chi sa.

E invece no. Invece poi ho visto tanti avvocati, ingegneri, impiegati, artisti, nullafacenti, che sarà l’ozio sarà l’uno vale uno sarà l’obbligo domiciliare, si dilettano a incrociare i dati, a rispolverare statistiche e discorsi di virologi di altri Stati, come se non ce ne fossero abbastanza in Italia, per riesumare e diffondere il devastante concetto diffuso all’inizio qui da noi: tanto muoiono solo i vecchi, contate i contagiati, i giovani sono uno zerovirgola, a noi non ci tocca il Coronavirus, è tutta un’esagerazione. E qui, nel mondo virtuale, sui social si sentono onnipotenti, autorevoli, ascoltati, non immaginando quanti danni possano fare le loro parole. Parole anche queste che nascono nello stretto recinto del Nimby, pronunciate dagli inconsapevoli, da chi ignora ciò che accade in Lombardia, a Bergamo, dove il primario del Pronto soccorso ha risposto piangendo al giornalista che lo intervistava: “Sto vedendo morire tutta la mia generazione”, dove le morti si succedono a botte di 300 al giorno (solo ieri 475 vittime).

No, i morti non sono numeri, sono padri madri zii nonni amici, con nomi e facce e affetti. Il terremoto dell’Aquila fece 309 vittime, adesso i bollettini ci raccontano di un terremoto al giorno. Il primario di Infettivi di Pescara, Giustino Parruti, ha detto che lui non ne vuole perdere nessuno, che non è giusto che un anziano che si è spaccato la schiena per noi, non venga curato a dovere o abbandonato a se stesso. E a lui va il mio applauso.

Giustino Parruti

A tutti, a quelli del “non nella mia città”, a quelli del lazzaretto, a quelli degli appestati e delle statistiche, vorrei dire guardate più in là del vostro orto: se non volete guardare alla Lombardia, a Bergamo (ma anche l’ Abruzzo non scherza), guardate negli ospedali, guardate in quello di Pescara che è più vicino a voi. Guardate la guerra che stanno combattendo medici e infermieri che mettono a repentaglio la propria vita, ogni giorno, solo per salvare la vita degli altri e aiutare quelli che voi considerati numeri, una banale cifra in una consolatoria statistica. 

Questa è una guerra, contro il virus e contro i tuttologi, contro gli incoscienti che escono come se non ci fosse un domani, contro chi va al supermercato o in farmacia un giorno sì e l’altro pure. Senza considerare che di questo passo il domani non ci sarà per tutti. 

#Stateacasa, per favore.




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