·La scuola che finisce·

Ogni anno mi incanto a osservare lo spettacolo della scuola che finisce. 

Sempre lo stesso e mai uguale. Come un film molto amato e del quale, rivedendolo ad età diverse, si scoprono sfumature, angolazioni, significati diversi. 

Ne vivo l’attesa, soprattutto grazie ai miei figli, che iniziano il conto alla rovescia, e mi ricordo di come la consapevolezza che la scuola stia per terminare si concretizzi all’improvviso. Insieme al caldo, al pigiama corto, alle notti con la finestra aperta e al lenzuolo scansato.

Assaporo, nel fatidico ultimo giorno, lo sciogliersi della gioia – sin lì trattenuta, guardinga – nella certezza che sì, è davvero finita. 

Osservo i cazzeggi e la goliardia. Ascolto i programmi per le vacanze, gravidi di attese. 

Mi sembra di partecipare un po’ abusivamente a questo entusiasmo collettivo.

Poi rifletto che non sono tanto abusivo. 

Aumenta il tasso globale di soddisfazione. Sul mercato delle emozioni, l’utile netto di quelle positive s’impenna. Naturale che i dividendi vengano distribuiti a tutti. E’ per questa via che qualche spiccio di entusiasmo arriva anche a me. 

Partecipo e ricordo. Un momento banale, che per qualche inspiegabile sinapsi si è fissato nella memoria. Mio fratello ed io, di ritorno da una giornata a casa di amici di mamma e papà, nell’estate dei mondiali di calcio del 1978. Un pomeriggio e poi una sera, tra un Polonia – Messico e un Olanda – Perù. Noi due già a letto e nostro padre che prova a spiegarci la regola del fuorigioco. Invano. “Adesso, però, spegnete la luce”. E lì, appunto, il caldo, il pigiama corto, la finestra aperta, il lenzuolo scansato. Il pensiero che comunque chi se ne importa. Perché domani non si va a scuola. Dolce notte.

Eccomi di nuovo all’oggi, visitato dalla giovane fisiatra, nata quando io ero ragazzo.

Ho un dolore alla spalla, non molto intenso ma costante e anche un po’ limitante nei movimenti quotidiani. 

La dottoressa controlla ed ecco la prima constatazione: “Il muscolo non è sceso, bene”. “Perché, sarebbe potuto scendere?”, chiedo, con un misto di retroattivo sollievo e proiettata preoccupazione. 

“Beh, normale, quando uno non fa esercizi”. 

Evidentemente ho l’aspetto di un uomo che non svolge attività fisica da tempo.

Mi chiede: “Qualche movimento che può avere procurato il fastidio? Non so, una cassa d’acqua, la spesa…”. 

Evidentemente ho anche l’aspetto di un uomo che non può essersi fatto male surfando sulla barriera corallina o durante un Camel Trophy

Comunque no, non ho compiuto manovre azzardate con le casse d’acqua, e, che io ricordi, nemmeno con il pesce surgelato. Posso anche escludere di avere lanciato bocce o freccette con impropria veemenza. 

Foto di Elena La Greca

Si ipotizza una banale infiammazione da ordinario logorio fisico. 

Ecografia di controllo, altra visita e poi terapia. 

Gli esercizi fisici vanno evitati. 

Del resto, che li devo fare proprio ora, dopo anni di inattività?

Ringrazio, saluto, a presto.

Sono in strada. 

E’ una bella giornata. 

Non devo affaticare il muscolo, che peraltro non è sceso, nonostante le mie spericolate spedizioni nei supermercati metropolitani.

Sto assistendo allo stesso film, mi dico, solo visto da un’angolazione diversa.  

Perché domani non si va a scuola e stasera si fa tardi. 

Poi a letto con il pigiama corto, la finestra aperta, il lenzuolo scansato. 

Fa caldo, finalmente. 

E sarà una dolce notte.

Ancora.

Per me e per tutti.




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