·La prof coraggio·

Lo studio, la ricerca, la caparbietà. E soprattutto il coraggio: Lina Calandra è la ricercatrice dell’Università dell’Aquila che ha firmato il dossier sulla mafia dei pascoli. Una donna che in Abruzzo ha sollevato il velo dal business milionario che sta mettendo in ginocchio tantissime aziende abruzzesi facendo girare milioni di euro di finanziamenti europei destinati all’agricoltura che però finiscono dritto nelle tasche di imprenditori esterni, anche con agganci locali. Un business che ha bisogno di qualche messinscena: le pecore-comparsa o malnutrite e di pastori che stanno lì far finta di badare alle greggi, e anche di Comuni indifferenti che mettono all’asta ogni anno i terreni di uso civico che vengono aggiudicati regolarmente a chi col bestiame traffica solo per abbuffarsi con la grande torta comunitaria. Uno studio che ora rischia di finire nel dimenticatoio. 

Lina Calandra

Maperò l’8 marzo lo dedica a lei, alla prof coraggio.

Ha cominciato piano, Lina Calandra, facendo una ricerca apparentemente innocua commissionata dal Laboratorio Cartolab dell’Università dell’Aquila per la valorizzazione dei territori dei parchi. Questionari, interviste, visite sul campo.

“La nostra ricerca è iniziata nel 2013, e ci siamo accorti subito, dai primi contatti,  che qualcosa non andava”,

racconta Lina Calandra.

“Nell’estate 2017 abbiamo realizzato 428 interviste in 44 comuni del Parco Gran Sasso, e ci siamo trovati di fronte un contesto disastrato da terremoto, frane, nevicate. Il nostro focus non era certo la criminalità racconta tanto che il titolo della ricerca era “Il territorio dei miei sogni. Ci imbattiamo in testimonianze molto chiare ma alla presentazione del progetto il Parco non c’è, non si presenta, nonostante avesse cofinanziato proprio il nostro progetto”.

E subito dopo viene interrotto ogni tipo di collaborazione. 

Anche il Parco Maiella chiede all’Università di realizzare un progetto sull’orso diventato stanziale. E anche in questo caso, siamo nell’inverno 2018-2019, nelle circa 100 interviste realizzate, Lina Calandra e i suoi collaboratori trovano altre conferme al business dei fondi europei. Le testimonianze raccolte sono di vario tipo: “Mi sono sparite 30 mucche  in una notte; mi sono spariti tutti i mezzi agricoli;al vicino di casa hanno bruciato una stalla; ho trovato i miei animali decapitati; hanno scaricato 100 bufale nella notte a 2000 metri di altitudine; sono arrivati altri animali e i nostri si sono ammalati di brucellosi”. 

E non finisce qui.

“I pastori che abbiamo contattato ci hanno raccontato che hanno ricevuto proposte per prendere i loro terreni in affitto, e in cambio hanno offerto di pascolare lo stesso su quei terreni, altri allevatori sono stati contattati dai paesani per vendere le pecore”.

Non è che non ci siano le denunce, tutt’altro. Solo che finiscono tutte in un bicchier d’acqua. 

“Questa cosa la sanno tutti, da anni! La sanno le associazioni di categoria, la sanno i nostri governanti, la sanno dirigenti e funzionari, la sa la Procura… la sanno tutti! Ma nessuno fa niente”.

E se le chiedi perché, la Calandra risponde così:

“Perché c’è una saldatura forte col territorio a livello politico e amministrativo”.

La storia comincia con la riforma della Pac del 2003 (la riforma agricola attuata sotto la presidenza della Commissione europea di Romano Prodi) che introduce il “disaccoppiamento” degli aiuti diretti: il contributo europeo, cioè, non è più legato alla produzione ma viene concepito come sostegno al reddito dei produttori che quindi sono liberi di decidere se e cosa produrre. Non agganciandosi più alle varie produzioni, per ottenere il pagamento dell’aiuto comunitario, viene introdotto il “diritto” all’aiuto calcolato sulla base del valore medio dei pagamenti percepiti da ogni agricoltore nel periodo di riferimento (fissato al triennio 2001-2003): tale valore, diviso per il numero medio degli ettari utilizzati sempre nel periodo di riferimento, definisce il “titolo” all’aiuto. Che viene agganciato a un ettaro di terremo. Si scatena l’accaparramento dei pascoli e prende forma il traffico dei titoli.

Bisogna aspettare molti anni perché si cominci a parlare di mafia dei pascoli. Prima, la parola più pesante che viene usata nelle cronache di tutta Italia è “truffa”,truffa alla Ue.

Insomma, quasi nessuno ne parla. Finchè arriva lei, con la sua ricerca.

“Per questo, ad un certo punto, non abbiamo avuto più dubbi: ciò che avviene in riferimento ai pascoli sulle nostre montagne è criminalità organizzata, ad alti livelli, che poi, a seconda delle zone, dei soggetti coinvolti, di specifiche contingenze, può assumere connotazioni più o meno violente e forme più o meno palesi”

E prosegue:

“Così, a partire da giugno 2018, conclusa l’analisi dei dati relativi al territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso-Laga; e, di nuovo e con maggiore determinazione, a conclusione della fase delle interviste sul campo nel contesto del Parco Nazionale della Majella e del Parco Regionale del Sirente-Velino/Media e bassa Valle del Fiume Aterno, l’abbiamo detta la “cosa”: in decine di incontri pubblici sul territorio; in occasione dell’iniziativa promossa da Libera presso il Dipartimento di Scienze Umane il 19 novembre 2018, in presentazioni, convegni, incontri di gruppi e associazioni. Lo abbiamo detto che quella dei pascoli è criminalità organizzata, anche di stampo mafioso. C’è dentro di tutto: mafie note, intrecci tra mafie note, intrecci tra mafie e altri tipi di organizzazioni. Ma, pur essendo “università”, in più di una occasione e in maniera piuttosto sgradevole,ci è stato detto, soprattutto da parte di soggetti che rivestono funzioni pubbliche:“Ma questa non è una ricerca seria!”.

E come se lo spiega Lina Calandra? La ricercatrice commenta così sulla rivista “Luogo e spazio”:

“In riferimento ai progetti di ricerca, in certi contesti, vige una sorta di patto implicito: le ricerche “serie” sono quelle che non scombinano troppo le carte; sono quelle che fanno giusto qualcosa di buono, contribuendo magari a qualche buona pratica, con testimoni privilegiati, con gruppi selezionati di persone; sono quelle che non approfondiscono più di tanto i problemi, le dinamiche, i fenomeni… i sentimenti. In altre parole, le ricerche “serie” sono quelle che rimangono chiuse nell’autoreferenzialità orizzontale del progetto stesso”.

Invece no, è una ricerca seria, serissima e allarmante e la Calandra la speranza non l’ha persa, proprio no. Anche perché la notizia del 15 gennaio 2020 sull’operazione che ha portato a 94 misure cautelari e 151 sequestri di aziende nel Messinese ha coinvolto anche l’Abruzzo e ha riacceso i riflettori anche sulla sua ricerca. La prof aquilana è stata intervistata da tutte le radio e tv italiane. E a dispetto di tutto, la sua ricerca con tutti i suoi più recenti sviluppi, Lina Calandra la pubblicherà. 




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