·La mia liberazione·

La mia liberazione.

Una mattinata dal clima particolarmente mite, il calore tenue del sole di fine aprile. Io sul terrazzo, a godere le ore morbide di un giorno di festa. In lontananza le campane della chiesetta che, sullo sfondo del panorama che accompagna quei miei primi anni, celebra la sua liturgia religiosa. Sto giocando, da solo, forse con qualche soldatino. Compare mia madre con un pacchetto e me lo consegna. “Oggi è la tua festa”. “Mamma ti sbagli, mancano ancora due settimane…”. “Oggi è l’altra festa, non ti ricordi? Il tuo onomastico”. Non ricordavo, in effetti, di avere un onomastico, né che, privilegio raro, cadesse in un giorno di festa. Ancora guardingo, prendo il pacchetto, e lo scarto. Trovo una macchinina che corrisponde a un mio grande desiderio, evidentemente captato dai miei genitori, chissà se aiutati da mio fratello: Paperino al volante, Qui, Quo e Qua seduti nel sedile/bagagliaio posteriore. E’ avvenuta una singolare cerimonia, nuova per me, celebrata solo tra me e mia madre. 

Associato a quel giorno c’è ovviamente una canzone, Bella Ciao, che la nostra Gina (dovrei aprire un capitolo a parte per spiegare chi fosse) cantava a me e a mio fratello, e un verso in particolare, quello del fiore del partigiano morto per la libertà, che tuttora, quando lo sento, un po’ mi fa piangere.

Anni dopo, nell’età della coscienza politica, mio padre mi regalava sempre una particolare carezza, in questo giorno di liberazione, consistente in una copia del giornale mio prediletto (da lui invece non altrettanto apprezzato), sul tavolo della cucina, accanto alla tazza per la colazione.

Un 25 aprile, di sera, sempre in quella fase della vita, andai al cinema, a vedere un film sulla resistenza spagnola: Ay Carmela. Non un film memorabile, anche se doloroso, come lo sono tutti i film nei quali si racconta di guerre e di soldati, militari o civili, uomini contrapposti che si uccidono. 

Qualcosa, comunque, mi colpì nel profondo, perché uscendo dal cinema avvertii un inafferrabile sentimento doloroso, una tristezza intensa.

Scoprii il giorno dopo, con la telefonata di un’amica, che in quel 25 aprile era morto un nostro amico d’infanzia. Campione di volo acrobatico, si era avvitato con l’aereo guidato dall’allieva che stava istruendo.

Una tragedia che ha segnato la mia liberazione. Un giorno, del resto, che celebra un momento positivo, la liberazione, appunto, dopo anni di dolore e privazioni, guerra e morti. Ha dunque, in sé, una genetica ambivalenza. Democrazia dopo dittatura, gioia dopo dolore. E i dolori, si sa, non passano. Maturano, a volte.

Poi c’è la mia liberazione di ieri. La giornata inizia tardi, perché mi sono allungato fino a notte inoltrata per questioni lavorative. Mia moglie e miei figli mi fanno trovare un pacchetto e un biglietto, inaspettati in questo tempo in cui tutto è più difficile. Una tuta che effettivamente mi serviva. Parole che sono ossigeno. 

Nel pomeriggio porto a mia mamma le mascherine, perché lei fatica a trovarle. Non ci abbracciamo, pur tradendo l’istinto. Parliamo un po’, a debita distanza. E’ stata una settimana difficile, le racconto. Un periodo complicato. Mi prepara un caffè e lo bevo. “Andiamo sul terrazzo?”, chiedo. 

Lei ed io da soli, di nuovo. Ora perché dentro casa non c’è nessuno, non perché sono impegnati in altro. Mi guardo intorno. Osservo il panorama. Mi sembra di non vederlo da una vita. Eppure negli anni, diamine, sono venuto qui un’infinità di volte. Mai come ora distinguo ogni singolo elemento. Il prato davanti a noi. I palazzi sullo sfondo. La chiesetta. Non la ricordavo così vicina. Sembra quasi di toccarla. All’improvviso, i problemi mi sembrano distanti. Avverto di nuovo il calore tenue del sole. Le ore morbide di un giorno di festa. 

Ciò che è vero, importante, vitale, è qui. 

Intorno, dentro. 

La mia liberazione, sì.




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