·La libertà di non dover scegliere·

L’abbiamo notato tutti: navighiamo su internet e in un riquadro, nella parte laterale dello schermo, appare la pubblicità di un prodotto, di un villaggio turistico, di un museo per il quale abbiamo effettuato una ricerca o un acquisto in rete. 

Accade talmente di frequente che, oramai, non ci facciamo neanche più caso. Ci sembra normale. Non lo è mica tanto, invece. Ci vuole il coinvolgimento di un colosso come Facebook perché ci si renda conto che ai nostri dati accade qualcosa di anomalo. Dura poco. Dopo qualche giorno, torniamo alle nostre consuete navigazioni, vediamo quello che siamo abituati a vedere sempre, e di nuovo non ci facciamo più caso. 

Uno o due anni fa, si vedeva uno spot che pubblicizzava un’offerta di contenuti televisivi on demand, su fibra ottica. Lo slogan era: “La libertà di non dover scegliere”. Tono, parole e musica dello spot evocavano una condizione di grande benessere. L’attore assumeva, nel momento in cui veniva scandito lo slogan, un’espressione di beatitudine. Non ricordo di avere ascoltato o letto posizioni critiche. Eppure era un messaggio inquietante. 

Che libertà è, infatti, quella di non dover scegliere? Può essere una comodità, forse; di certo non è una libertà. E’ proprio quando non puoi scegliere che non sei libero.

Quello slogan, mi rendo conto, esprime esattamente la mentalità, la filosofia, la weltanschauung di chi l’ha commissionato. Propaganda la comodità di una vita nella quale non serve scegliere, quindi nemmeno decidere, tanto meno pensare. Non solo per gli acquisti o per un film da vedere in televisione.

E’ così anche per il sapere, in fondo. Andiamo su google, digitiamo le parole chiave e consultiamo le stesse fonti, imbattendoci nelle stesse informazioni, apprendendo gli stessi concetti. L’enciclopedia “libera” di internet, Wikipedia, è diventata la fonte unica del sapere unico. Ma chi controlla la correttezza di Wikipedia? 

E’ così pure nella scuola, attraverso uno strumento tecnologico apparentemente neutro: il registro elettronico. Uno strumento per molti versi utile, grazie al quale si riesce a conoscere immediatamente il voto assegnato per una interrogazione, si possono contare le assenze, si può visionare la pagella. Bene, molto bene. Ma siamo proprio sicuri? Che sia un bene, voglio dire? E, soprattutto, che lo sia per gli alunni? 

Una volta i figli si sentivano chiedere: come è andata a scuola? Sei stato interrogato? Hai fatto il compito in classe? Domande che avevano un senso perché le risposte presupponevano una scelta: lo dico o non lo dico? Sono onesto o bugiardo? Mento o confesso? Vado a scuola o faccio sega? 

Adesso non si può scegliere. Lo fa qualcun altro per noi. Le stesse informazioni, gli stessi dati, gli stessi acquisti, gli stessi programmi, le stesse idee. Non sentite mancare l’aria, ogni tanto? 

Poi arrivano piccoli segnali di speranza. 

Ieri pomeriggio, per esempio. 

Cercavo informazioni su un argomento particolare, potremmo dire di nicchia. 

Accendo il computer, clicco due volte per aprire il browser, navigo. Consulto prima le riviste specializzate, ce ne sono tantissime. Nulla. Allora mi sposto sulle banche dati specializzate, ce ne sono anche di più. Ancora nulla. Provo con google, motore di ricerca generalista, che, a volte, è più specializzato degli specializzati. Sempre nulla. 

Mi vedo all’angolo. 

Poi, non so com’è, retaggio, forse, di tempi antichi, mi viene di alzare lo sguardo dallo schermo e guardare la libreria. 

Magari quel testo, mi dico. Sfoglio, consulto, leggo. Eccole qui. Le informazioni e le nozioni che mi occorrono. Su un libro acquistato nel 1998. Sul retro, ben leggibile, il prezzo: dodicimila lire.

Non più di tre settimane fa, mettendo a posto la libreria, avevo valutato la possibilità di cestinarlo. Ho avuto il dubbio. Poi ho pensato. Poi ho scelto. 

Adesso quando navigo, facendomi largo tra banner di prodotti che ho già comprato, che ho appena scartato, che forse cercherò, penso che la copertina di quel libro del 1998, sulla parte destra dello schermo, non apparirà mai. E mi sento libero. Almeno un po’.





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