·La casa al mare·

Ogni volta che riapro la casa al mare, a inizio stagione, c’è qualcosa che non va. A volte è l’acqua, a volte la luce, a volte entrambe. Altre volte, invece, ci sono sia l’una che l’altra, solo che l’acqua non è calda.
Quest’anno, per esempio, era così. 

Ho aperto il bombolone del gas, ma l’acqua calda ancora non arrivava. Allora mi sono diretto verso la caldaia ed è stato lì, nel piccolo spazio compreso tra la finestra del soggiorno e il giardino, al di qua della zanzariera, che ho visto qualcosa di strano. Qualcosa di piccolo.  Un topo? Un uccellino? Ho istintivamente richiuso la finestra, temendo, qualunque cosa fosse, che potesse entrare. Sembrava un animale pennuto. Poteva essere un pipistrello, vista l’ora. In effetti era un volatile. Un uccellino. Straordinariamente calmo. Immobile, anzi. Insensibile alle mie sempre meno accorte sollecitazioni.

Un leggero colpo di scopa, cui non è seguita alcuna reazione, me ne ha dato la certezza: era morto. In perfetto stato. Sembrava un animale impagliato, di quelli che penso di avere visto giusto in qualche film. Dell’orrore. Oppure giallo. Forse pure in qualche commedia scollacciata, dagli elementari doppi sensi sui volatili. Qualcosa tra l’orrore e il pecoreccio. L’ho guardato meglio. Non solo era integro, ma era, sembrava, straordinariamente sereno. Accovacciato, in posa contemplativa. Evidentemente, non ha cercato disperatamente di uscire da lì. Ha atteso che succedesse quel che doveva succedere, senza agitarsi, osservando ciò che poteva vedere da quel particolare punto di osservazione. Come se fosse stato su un albero o più alto, in aria, volando liberamente. Ma io dico: come è potuto succedere? Come ha fatto a ritrovarsi un quello spazio, tra la finestra e la zanzariera? Forse ci si è rifugiato. Cercava ricovero. Ma quando? Da poco, viste le sue condizioni. Si può morire cosi? Aspettando serenamente la fine? Contemplando?

Con questi interrogativi, ho dato una sepoltura all’uccellino. 

Poi sono tornato alla finestra, per occuparmi della caldaia.  L’acqua calda ci serve. Ho visto tutte luci rosse accese. Ho spinto il tasto reset e i led della caldaia hanno ripreso un aspetto normale. 

È tornata l’acqua calda.

Al mattino dopo, al risveglio, il lavandino si è mostrato per come è: otturato. E’ incredibile come il non uso rovini gli oggetti e gli impianti. Sul terrazzo si è raccolta dell’acqua che scola dalla grondaia. Il water non ricarica l’acqua. Le gomme delle biciclette sono bucate, i freni saltati. Non c’è nessuno luogo in cui io frequenti i ferramenta come accade qui.

 Inizio il giro delle manutenzioni. Dal ciclista. Poi dal ferramenta, appunto. Per il lavandino, mi consiglia un “disgorgante” liquido di speciale potenza. Va versato in minima quantità, si raccomanda. Quanto minima? Come se stessi versando la grappa, hai presente? Sì, ho presente. Come se fosse la grappa.

Beh, questa è un’idea. Forse è questo il modo giusto. Piccole quantità, piccole dosi. Un poco alla volta. Assaporare. Sorseggiare. Contemplare, pure. Quando poi è il momento, bisogna saper contemplare. Ecco. Credo di avere imparato qualcosa. Dal destino di un piccolo volatile  e da un ferramenta.  

E appena finisco questi giri, mi voglio fare il bagno. Senza fretta, però.




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