·Ivo, maestro di vita·

#Tangerines (Regia: Zaza Urushadze. Con: Misha Meskhi, Giorgi Nakashidze, Elmo Nuganen, Raivo Trass, Leibt Ulfsak. Genere: musicale)

cine
Dopo il notissimo Almodovar, voglio parlarvi di una vera chicca, un film che forse vi sembrerà “assurdo” per ambientazione trama provenienza lingua. Invece, se un po’ vi fidate, vi dico che è un film per tutti e che a tutti farà bene vederlo e che dopo averlo visto vi sentirete meglio ed uscirete dal cinema un po’ commossi ma anche sorridenti. E di solito non vi parlo del luogo dove vedo il film, per evitare localizzazioni e trattamenti di favore ad una città ed ai suoi cinema. Questa volta però lo voglio fare proprio per la particolarità del film. Lo proiettano in Abruzzo soltanto al Cinema Teatro Massimo a Pescara, in una piccola sala nuovissima, perfetta, un audio ed una qualità eccelse. Da veri amatori. Premiatelo, il Massimo, per questa scelta controcorrente che non fa botteghino, un film coprodotto dall’Estonia e dalla Georgia, in lingua originale (estone e russo) con sottotitoli. Una vera prova di amore per il cinema e se ci andrete dopo avere letto la mia recensione anche per DecimaMusa e Maperò. È la storia di due eroi qualunque, ambientata nel 1990 in Abcasia, un territorio dell’ex Unione Sovietica ambito dai georgiani e difeso dalla gente del posto, con l’aiuto di mercenari ceceni. La piccola comunità estone emigrata lì molti anni prima è ritornata, a causa della minaccia di guerra, nel suo paese di origine. Tutti tranne i protagonisti, Ivo e Margus. Attaccati a quella terra bellissima tra il Caucaso e il Mar Nero. Lavorano il legno e la terra. Ivo costruisce le cassette per contenere le tonnellate di mandarini (tangerines, in inglese) prodotti dall’amico Margus. Nella loro esistenza silenziosa e laboriosa, sulla loro decisione di resistere agli eventi irrompe irrazionale cattiva assurda la guerra, nella forma peggiore del conflitto civile, che poi diventa etnico ed anche religioso (i ceceni sono musulmani, mentre i georgiani cristiani). Ivo affronta gli eventi che si succedono, violenti e incomprensibili, con una sola arma: la sua (disarmante) umanità. Contrappone alle urla ed alle minacce la sua parola semplice, spesso ironica, quasi un “verbo” per ricordare ai suoi interlocutori di essere uomini. Cosa conta nella vita. Se un uomo è ferito va curato, va salvato, va accudito, a prescindere dalla sua appartenenza e dal suo schieramento, dal colore della sua divisa, dalla sua religione. Se un uomo muore va seppellito dignitosamente, anche se è un invasore e non è venuto in pace. Se un uomo ha fame si divide con lui il proprio cibo. Semplici regole, che se tutti rispettassimo non ci sarebbe la guerra, come concetto r nemmeno come realtà. E infatti a casa di Ivo, nella sua cucina spoglia, il conflitto si annulla attraverso la saggezza del vecchio protagonista. Riesce a fare convivere due guerriglieri feriti gravemente di cui si occupa come un padre, un ceceno mercenario ed un georgiano. All’inizio si odiano, cercano di uccidersi, si insultano. Poi prevale Ivo. Il bello è questo. Prevale per poco, il tempo necessario per farci capire quale è la strada giusta, se solo volessimo seguirla. Ed anche se poi apparentemente questa è la storia di una sconfitta triste e di tante morti e di odio sangue e amici perduti e speranze fallite, se riflettete vi accorgete che quello che vi rimane è il messaggio chiaro di umanità di Ivo. Ed è di per se’ vincente e convincente come possono esserlo le parole di un padre che ci insegna la vita con poche regole ferree da non tradire mai. Per essere uomini davvero ed esserlo bene. Il film ha una fotografia straordinaria e ci consente di conoscere una terra che forse fino a ieri nemmeno sapevano dove fosse. La canzone finale, georgiana (https://youtu.be/WRItLeLl5Lk), di struggente bellezza, suonata da una musicassetta ed ascoltata dal mercenario ceceno rappresenta la vittoria di Ivo. Le barriere si sono rotte. Nel suo mondo la guerra non esiste. Né ha speranza di esistere.




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