·Il venditore di almanacchi·

Qualche giorno prima delle festività natalizie, mi sono trovato a passare, a piedi, davanti ad una scuola media, in orario di lezioni. Le finestre delle aule apparivano silenti e composte, tranne una, quella più vicina al mio punto di osservazione, che trasmetteva un senso di allegra confusione. Ho allora lanciato lo sguardo verso quell’aula ed ho intravisto i ragazzi, in piedi, sparsi per la classe, e due di loro, in particolare, davanti alla finestra. Non erano propriamente affacciati. Erano in posizione obliqua. Un po’ guardavano alle loro spalle, forse per timore che arrivasse la Professoressa, un po’ erano rivolti l’uno verso l’altro, un po’ verso la finestra.

Vedendo quei due ragazzi obliquamente posti rispetto al contesto in cui erano inseriti, in sospeso tra la scuola, loro stessi e l’esterno, mi è tornata alla mente una scena identica, seppellita da tonnellate di accadimenti e momenti successivi, e mi è sembrato di riviverla. Un mio compagno di classe ed io, in terza media, in quella stessa situazione, anche noi obliqui e sospesi. Incerti nel nostro divenire. Sicuri di avere vissuto poco. Desiderosi di futuro. Ci proiettavamo in avanti anche con gli anni. Al liceo, per esempio. Ci immaginavamo sicuri di noi stessi, padroni della situazione. E poi più in là. Nel 2000 avremo 31 anni, ti rendi conto? Noi? A 31 anni? E che faremo? Saremo sposati? Fidanzati? Lavoreremo?

Andando così avanti, i contorni si facevano sfocati. Però avevamo curiosità per l’ignoto, fiducia. 

Ho pensato a un testo letterario, di Leopardi, studiato per la prima volta proprio alle medie: “Dialogo di un venditore di almanacchi e un passeggero”. La storia è nota: il primo cerca di vendere degli almanacchi dell’anno nuovo, ed il secondo inizia a porre delle domande apparentemente banali sull’anno appena passato, su quello a venire e su quelli ancora precedenti. Le domande dell’uno e le risposte dell’altro conducono al disegno filosofico dell’autore, per il quale la gioia del vivere non è reale, risiede in una fantasia: che il futuro possa essere migliore del tempo passato. Domani, l’anno prossimo, saranno migliori di ieri, dell’anno scorso. Abbiamo tutti questa convinzione. Che è, però, un’illusione.

Quando lessi questo testo provai una sensazione di svelamento di un’amara verità. Mi ritrovavo nel venditore che riponeva le speranze sul futuro, ma, al tempo stesso, mi pareva inattaccabile la logica con cui il passeggero rivelava la natura illusoria di quelle speranze.

Riemerso da questi pensieri e ricordi, mi sono nuovamente trovato nella veste di attempato spettatore della scena che aveva innescato il viaggio a ritroso. Io in strada, quei due ragazzi ancora in piedi, davanti alla finestra. Ho allora provato l’istinto di richiamare la loro attenzione. Di sbracciarmi, sino a che non si fossero accorti di me. Per avvertirli: ragazzi attenzione, imparate a vivere il momento, mi raccomando, non riversate ogni speranza sul domani. Al tempo stesso, però, non fossilizzatevi solo sul presente, sappiate guardare avanti. All’occorrenza, sia chiaro, abbiate anche la capacità di voltarvi indietro, per fare tesoro di ciò che è stato.

Insomma tutto e il suo contrario. Cioè nulla. Nulla di  sensato, o di profondo, o anche solo di utile. Non avevo nulla di preciso da dire. 

A parte, forse, un’ammissione. Che vorrei ricominciare da lì. Dal punto esatto in cui loro si trovano ora. E pure da prima, se fosse possibile. 

Non è possibile, ovviamente. 

E allora guardo avanti. Come il venditore di almanacchi. 

Prima di girarmi per riprendere il cammino, ho avuto l’impressione che i due ragazzi si fossero voltati verso la loro classe. E che tra i banchi avesse cominciato a roteare una palla di carta. Un cancellino. Qualche sciarpa. 

Bravi ragazzi. Tra passato, presente e futuro, avete trovato il tempo giusto. Breve, ma sempre possibile: la ricreazione. 

L’anno prossimo, ho pensato, ci sarà più ricreazione. 

Ho ripreso il cammino e mi sono sentito come loro. 

Obliquo, sospeso, leggero. 

All’improvviso, pure io. 




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