·Il valzer delle dimissioni·

Gioca a rimpiattino Luciano D’Alfonso. A chi dice sì a chi dice no. In fondo ma neppure troppo in fondo, non ha nessuna intenzione di dimettersi. Certo, che se lo dicesse chiaro e tondo ci farebbe una gran meschina figura. Così martedì sera, il governatore abruzzese, intervistato da una giornalista di Porta a Porta che gli chiedeva se avesse intenzione di dimettersi, e di fronte alla quale non riusciva a nascondere la soddisfazione, ha detto testuale:

“Non appena l’ordinamento mi consente di diventare senatore, appena dopo realizzo il superamento dell’incompatibilità”.

Il traduttore automatico segnala che intendesse dire che sì, si dimetterà, forse già venerdì dopo l’insediamento delle Camere. Ma in realtà così non è. In primo luogo perché non molti giorni prima, ad un’altra cronista, ma questa volta abruzzese, ha risposto con grande sprezzo delle leggi e dell’etica, che lui è come uno studente

“che coltiva la passione per le immissioni, io mi immetto nel ruolo, non conosco l’istituto delle dimissioni”. Gli abruzzesi, evidentemente si meritano questo, e anche altro.

(I video li vedete qui sotto). Quindi, a reti non certo unificate, Dalfy fornisce due versioni differenti. La conferma viene dalla Regione dove è allo studio un pool di presunti esperti secondo i quali Dalfy potrebbe dimettersi tra due o tre mesi: l’incompatibilità, secondo i giuristi dalfonsiani (e si capisce naturalmente di chi fanno il gioco), non scatterebbe con la proclamazione bensì con la convalida, che sarà sancita dalla apposita commissione entro 45 giorni dall’insediamento del Senato. E in fondo è proprio questa la parolina magica, “convalida”, che Dalfy pronuncia sempre più spesso, ben sapendo che è come la telefonata che allunga la vita: 45 giorni che poi, tra una cosa e l’altra, diventano come niente 60.
E poi? Poi resta in sella Giovanni Lolli, il vice presidente, che è come dire la controfigura di D’Alfonso. Fino alle prossime elezioni. A ottobre, oppure, se il governo dovesse individuare l’election day come avvenne ai tempi di Gianni Chiodi, addirittura il prossimo anno. Tempo utile e prezioso per chi come il Pd, è ai minimi storici e deve rimettere in piedi la baracca.
ps: Poi chi se ne importa degli elettori, quel che conta sono le poltrone. Le loro, come sempre.





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