·Il Rosso e il Nero·

Era sabato, come ieri. E sarà domenica, come fu allora.

Forse per questo se ne è parlato di più che negli anni scorsi. Così, almeno, è sembrato a me. Magari sono io ad essere più recettivo e, per qualche ignota ragione, connesso con gli eventi di quell’anno.

Sono date scolpite nella memoria di tutti e di ciascuno. Cosa accadde il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 si sa, e ognuno di noi ricorda cosa stava facendo quando l’ha saputo. Come poi è stato per l’11 settembre 2001, con l’attacco alle Torri Gemelle, o, tornando indietro e con uno sguardo, invece, vestito a festa, per l’11 luglio 1982, quando l’Italietta divenne campione del mondo di calcio, in Spagna.

Il 23 maggio del 1992 era dunque sabato, come ieri. 

A casa stavamo pigramente iniziando i preparativi per una festa di famiglia quando squillò il telefono. 

Chiedevano di mio padre, magistrato e, allora, vice capo di gabinetto del Ministero della giustizia. 

Ascoltò per qualche secondo, poi, con voce seria, disse: “Arrivo subito”. 

Avevo incontrato Giovanni Falcone, per caso, qualche mese prima. A Roma, in un locale di musica dal vivo. Stava con la moglie e altre due coppie di amici. Incrociai il suo sguardo, in un paio di occasioni. Doveva essere abituato ad avere gli occhi, e non solo quelli, puntati addosso. In realtà, dopo averlo osservato, come tutti, per essere sicuro che fosse proprio Giovanni Falcone, l’avevo scrutato con un po’ più di insistenza, cercando lo spunto per andare a presentarmi come figlio di mio padre, dunque collega suo di toga e, in quel periodo, anche di Ministero. Lasciai perdere, però; alla vista di uno sconosciuto ragazzone che si avvicinava al tavolo del più conosciuto magistrato antimafia in Italia, gli agenti di scorta, ben visibili nel locale, si sarebbero potuti allarmare. Ne sarebbe derivata una situazione imbarazzante che preferii evitare.

Tre anni dopo ero un oscuro agente della Questura di Roma. Conobbi un collega che era stato in servizio a Palermo in quegli anni, immediatamente dopo l’omicidio di Salvo Lima. Nel tempo ho spesso cercato gli appunti su quanto mi aveva raccontato.  Devono essersi persi in qualche pc incautamente avviato in discarica, o, magari, giacciono, inutilmente salvati, in un floppy disk non più utilizzabile. 

Dall’hard disk della mia memoria ho però recuperato alcune informazioni che mi avevano colpito e che dunque si sono conservate sino a qui, sia pure un po’ sbiadite.

Appena arrivato a Palermo, mi raccontò il collega, gli avevano rubato il portafoglio. Più che per i soldi, si era rammaricato per il tesserino da poliziotto, che lo aveva costretto a una umiliante denuncia. 

Una settimana dopo gli avevano fatto ritrovare il portafoglio sul cuscino del suo letto, in caserma. Non mancava nulla: né i soldi, né il tesserino. Un furto dimostrativo. Una prova della forza di cui erano capaci: di arrivare sin dentro la caserma, a prendere e poi riportare il portafoglio. Indisturbati e anonimi. L’avvertimento che gli sembrò di capire fu: possiamo fare di te quello che vogliamo. 

Era di servizio sia il 23 maggio che due mesi dopo, il 19 luglio. 

Il 19 luglio era domenica, come sarà domenica anche quest’anno. 

Ero al mare, su un materassino, e cazzeggiavo. Mio padre seppe della notizia in spiaggia, raggiunto da una telefonata sul cellulare di servizio. Si precipitò a Roma.

Il mio collega mi raccontò che era intervenuto sia a Capaci che a via D’Amelio.

Due scene molto diverse, mi disse. Per i colori. A Capaci prevaleva il rosso. A via D’Amelio il nero. Il rosso del sangue, il nero di ciò che era bruciato. Forse la suggestione di due colori che sempre erano stati rispettivamente associati ai due magistrati.

Altri due particolari ho conservato. Il primo è che tra il 23 maggio e il 19 luglio, tra Falcone e Borsellino, a Palermo non accadde nulla: né un furto, né una rissa, né un borseggio. Nulla. Una tranquillità anomala e inquietante. Il secondo era che il pomeriggio del 19 luglio via D’Amelio era deserta. In uno slargo nel quale, in genere, giocavano frotte di bambini. Quel giorno, invece, tutti dentro casa. Al sicuro. Qualcuno li aveva avvertiti, secondo lui.

Non è più accaduto nulla di simile. Feste in famiglia e cazzeggi sul materassino sì, per fortuna.

Non è più accaduto che due magistrati e gli agenti di scorta siano stati trucidati in quel modo.

E’ davvero cambiato qualcosa o, semplicemente, nessuno ha più avuto il loro coraggio?

Non so cosa rispondermi. 

So che era sabato, come ieri, e sarà domenica, come fu allora.

So che accadde 28 anni fa. Che loro erano il Rosso e il Nero. 

Due giudici antimafia. 




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