·Il piesse e l’abisso politico·

“Con il diritto della Regione di disporre della presenza e del voto ogni volta puntualmente”:

recita così il piesse del documento della pace sottoscritto da Luciano D’Alfonso con i tre ribelli per incassare il voto sul bilancio approvato alle 4 del mattino di giovedì. Una riga a fondo pagina, aggiunta alla fine, quasi nascosta: una riga che racconta il profondo abisso in cui è precipitato l’Abruzzo, il modo di governare, il mercato dei voti e il chi offre di più, dove tutto ha un prezzo e tutto si può comprare.

Il documento della pace

Racconta una palese violazione costituzionale e morale, parole che sembrano scomparse dal lessico della politica abruzzese.
Un ps che viola palesemente e in modo offensivo il vincolo di mandato. L’articolo 67 della Costituzione recita così:

“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

I ribelli

Una regola che vale quindi anche per i consiglieri regionali, tra l’altro ribadita dall’articolo 29 dello Statuto, (“Ogni Consigliere regionale rappresenta la Regione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) e per gli assessori-consiglieri Donato Di Matteo, Andrea Gerosolimo, Mario Olivieri, per lo stesso Luciano D’Alfonso, cioè i quattro che hanno concepito e sottoscritto il documento.
Un articolo, comune a tantissime democrazie rappresentative, che fu scritto  per garantire la libertà di espressione degli eletti e la democrazia, e sul quale si sono appuntate negli ultimi tempi molte polemiche dopo le derive trasformistiche della politica di casa nostra e dei cambi di casacca associati a compravendita di voti.

Luciano D’Alfonso

Ieri, in barba a tutto, un piesse che si fa beffe di tutto: leggi, etica, opportunità, Costituzione, regolamenti: i tre ribelli, in cambio di qualche concessione sulla sanità e di qualche libertà e delega in più, dovranno mettersi sull’attenti ogni volta che Dalfy chiama. E soprattutto dovranno votare quello che dice lui.

Dalfy e Di Matteo

Se fosse un contratto, sarebbe nullo. E’ invece un accordo, che rivela la qualità scadente di chi governa, del tempo che la classe politica regionale impiega a gingillarsi con il mercato dei voti, mentre la regione affoga nella povertà, nella mancanza di lavoro e di prospettive.
Secondo la Uil, 475mila invece che 500mila “rischia di essere il nuovo livello medio dell’occupazione”, la qualità dei posti di lavoro è “peggiorata rispetto al passato (molti sono contratti a termine e il ricorso ai voucher è abbondantemente uscito dagli argini entro cui dovrebbe essere ricondotto); il tasso di disoccupazione giovanile è arrivato al 48%”. Per esempio.

Vincenzo Rivera

E per fare un altro esempio, si discute e si perde tempo su chi debba sostituire Giovanni Savini, il dirigente venuto da Roma che dopo uno sbotto col governatore (al quale ha scritto una lettera sottolineando che andrà a lavorare con un ministro dall'”alto profilo morale”, Dario Franceschini) ha sbattuto la porta e arrivederci, e se è meglio spacchettare il dipartimento così due poltrone saranno meglio di una, e potranno far felici due persone, il fedelissimo Guido Dezio da Pescara e l’altro fedelissimo Vincenzo Rivera dall’Aquila. Poltrone, incarichi, maggioranze, accordi sottobanco e sopra il banco.

E per fare un altro esempio: sono in cottura i nuovi manifesti 6×3 della “Regione dice la Regione fa” che plaudono all’approvazione dopo 49 anni del nuovo prg portuale di Pescara. Siccome Di Matteo si è incavolato perché il suo nome non c’è, ma ci sono quelli di Dalfy, Marinella Sclocco e Alberto Balducci, e siccome in Consiglio regionale, prima dell’approvazione del bilancio, ha chiesto conto di chi pagasse, allora il governatore si è precipitato a ordinarne altri, che contemplino anche il suo nome. Certo, chi paga resterà sempre un mistero, per Di Matteo.
ps: il tempo passa così, alla Regione. Però i voti sono assicurati: Dalfy potrà disporre della “presenza e del voto” puntualmente. Scattare! In barba alle leggi e all’autonomia dei consiglieri.




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