·Il nodo alla cravatta·

Mentre annodo la cravatta, utilizzando lo specchio dell’ascensore che mi sta portando all’appuntamento che la reclama, constato che oramai riesco pure in condizioni estreme e mi chiedo: quando e come ho imparato?
Guardavo mio padre, in piedi, davanti allo specchio del salone.
La prima volta che servì a me, intorno ai 16 anni, a una festa nella quale mi dovetti mascherare da adulto, ci pensò lui. Nel successivo lustro, nelle quattro o cinque occasioni in cui servì di nuovo, chiesi ancora a lui. Imparai ad allentare il nodo, preservandolo per il successivo uso, prima che a farlo.
Arrivò il giorno in cui mio padre non era in casa ed io mi lanciai, ripetendo i movimenti che avevo visto compiere da lui. Mi venne, male, come mi viene ora.


Da poco ho iniziato a leggere un libro nel tradizionale formato cartaceo. Me lo hanno regalato così, perché gli ebook, che pure hanno molti pregi, non si possono regalare. A tal punto non mi succedeva di cimentarmi con la carta che, a un certo punto, mi sono rammaricato: “Vedi? Fosse stato un e-book, avrei potuto sottolineare questo passaggio”. E’ dovuto passare qualche secondo prima che mi rendessi conto dell’assurdità del mio pensiero, che aveva completamente capovolto la realtà, al punto da attribuire al digitale, in via primaria, ciò che, in realtà, riesce a compiere per emulazione dell’originale: sottolineare. Mi serviva una matita. Solo che a casa mia non so più dove trovarle. Io non ne ho più. Stanno forse negli astucci dei ragazzi e di mia moglie. Cercando negli spazi comuni, alla fine ho trovato poco più di un mozzicone di matita, provvidenziale residuo di un esemplare omaggio. “Bella che sei”, ho pensato. Piccola e malridotta com’era, m’è parsa comunque rappresentare il concetto di salvezza. Ho subito recuperato l’antica abitudine, infilandola tra le pagine come segnalibro, pronta all’uso suo proprio. Per esempio per sottolineare una notazione, che a me pare profonda, o comunque nella quale mi ritrovo: l’Italia, negli anni ’80, e vista con gli occhi di oggi, era ancora un paese rurale. Si mangiava nelle osterie, paste cacio e pepe o alla carbonara, niente tramezzini o insalate; la pausa pranzo durava tre ore, e si bevevano vini fetidi in caraffa e caffè della moka riscaldati con il pentolino.
Ricordo una pausa pranzo così, una volta che, d’estate, andai con mio padre al suo lavoro, e con un collega mi portarono in un ristorante lì vicino, dove il vino era fetido e dal quale si usciva un po’ sbronzi.
E mio padre l’ho sognato, qualche sera fa. Ero solo in casa, poi sentivo dei rumori, pensavo fossero mia moglie e i ragazzi, invece era lui e gli dicevo “allora sei tornato” e lui mi sorrideva e mi faceva capire che no, non poteva tornare.


Da poco ho cominciato, come lui, a ridere con le lacrime. Sembrava quasi che piangesse. Non so bene cosa capitasse a lui. Posso però dire che per qualche corto circuito emotivo, quando rido, adesso, effettivamente mi viene pure un po’ da piangere.
L’ascensore dal quarto piano mi ha condotto al primo. La cravatta è a posto. Insomma, a posto. Con il nodo fatto. Male, come sempre. Però adesso ci riesco pure in condizioni estreme.
Esco dall’ascensore, la porta alle mie spalle si richiude, e penso a quanto sia vero che a cambiare è solo il luogo della presenza: da fuori a dentro.
Mi avvio all’appuntamento che reclama la cravatta con un sorriso che non avevo fino a pochi secondi fa.




Articoli correlati

  • In macchina con papà18 Marzo 2017 In macchina con papà Andammo a prenderla insieme, da “Rosati Auto”, a viale Mazzini. Mio padre aveva quarantasette anni, come me oggi, io quattordici. Lei era una fiammante Lancia Delta, colore “Azzurro […]
  • Un giorno perfetto3 Marzo 2018 Un giorno perfetto Giunto all’ultima pagina di quel romanzo, maledissi il momento in cui avevo deciso di leggerlo. Me ne avevano parlato bene, l’estate precedente. Forse ero stato proprio io a chiedere […]
  • Padri e figli25 Novembre 2017 Padri e figli A me piace moltissimo andare allo stadio. Lo trovo emozionante. Molto più che vedere una partita in televisione. Non c’è confronto. E’ la stessa differenza che c’è tra mangiare del […]
  • Il venditore di almanacchi29 Dicembre 2018 Il venditore di almanacchi Qualche giorno prima delle festività natalizie, mi sono trovato a passare, a piedi, davanti ad una scuola media, in orario di lezioni. Le finestre delle aule apparivano silenti e […]