·Il mazzo di carte·

 

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Negli ultimi venti anni, per muovermi in città, ho sempre usato il motorino. Da qualche tempo, invece, mi capita, ogni tanto, di usare i mezzi pubblici.
Non so che m’è preso.
Anzi lo so.
E’ che ad un certo punto, ad una certa età, tra quel che sai, temi, senti, vedi, ogni volta che prendi il motorino ti sembra di giocare una carta presa dal mazzo della fortuna. Solo che, giorno dopo giorno, ne avverti l’assottigliamento, allora cerchi di tenertene da parte qualcuna.
Prendo quindi la metro, ogni tanto, oppure l’autobus. A volte entrambi.
Da ragazzo, ricordo bene, detestavo i mezzi pubblici. Camminare, arrivare alla fermata, aspettare, salire, scendere e poi ancora camminare. L’unica cosa che avrei voluto era, invece, la sella di un motorino, o, meglio ancora, il sedile di una macchina.
E intanto gli adulti mi parlavano di quanto era bello prendere l’autobus, andare a piedi, senza problemi di traffico, di parcheggio.
Capisco ora quel che volevano dire. Adesso piace pure a me. Quella mezz’ora in cui sto in metro, o in autobus, diventa un tempo sospeso in cui non devo pensare nemmeno a dove sto andando, perché mi ci porta qualcuno. Riesco ad estraniarmi. Quasi ad uscire da me. E ogni tanto ci vuole.

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Forse è per questo che l’ultima volta è successa una cosa strana. L’autobus passava per via dei Fori Imperiali, a Roma. Ai Fori ero stato in visita giusto un paio di settimane prima, con moglie e figli, insieme ad un’altra famiglia di amici. Beh, quando l’autobus è passato davanti al colle Palatino, sul quale eravamo stati durante la gita, mi è sembrato di vederci. Come in un film. Come se fossi altro da me, appunto. Ho quindi visto noi adulti, che, dal colle, guardavamo il foro di sotto, cercando di orientarci, guida alla mano; ho poi visto i bambini, forse dovrei oramai dire “ragazzi”, che giocavano accanitamente a calcio con degli oggetti trovati in terra: un tappo di bottiglia, un sasso, un mandarino. Vedevo tutto nitidamente, distintamente; avete presente quando al protagonista di “Ritorno al futuro” capitava di vedere, da altra angolazione, se stesso nella scena già vissuta in prima persona? Ecco, così.
Nello stesso tempo, nelle immagini che avevo davanti, nel contrasto tra la maestosa antichità e la personale attualità, è come se avessi avuto la visione d’insieme, di ciò che siamo rispetto al tutto. Una particella, ai nostri occhi meravigliosa, ma infinitesimale. Ho percepito un forte senso di precarietà.
Prendo quindi la metro, ogni tanto, oppure l’autobus. A volte entrambi. Perché il mazzo di carte della fortuna si è assottigliato, allora cerco di tenermene da parte qualcuna. Certo, che nei sai. Motorino, metro, autobus. Che ne sai se poi arriva un colpo di vento improvviso e fa volare le carte tutte insieme?
Vabbé, mi sono detto, ma tanto poi si raccolgono, si mescolano e si ridanno di nuovo. Giusto?




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