·Il diritto a un’infanzia felice·

#Cafarnao (Regia: Nadine Labaki. Con: Nadine Labaki, Zain Alrafeea. Genere: Drammatico)

Ho sempre pensato che non ci sia un merito in sé a mettere al mondo dei figli. In fondo il riprodursi è un’attività che abbiamo in comune con tutti gli animali. Le mamme di ogni specie, naturalmente, per più o meno tempo, si prendono cura dei loro piccoli. Ebbene: troppo spesso questo comportamento innato anche in esseri semplici non si ritrova nell’uomo. Troppo spesso i bambini si trovano a vivere situazioni scabrose ed inaccettabili ed a crescere in contesti dove nessuno dovrebbe essere costretto a stare. La regista libanese racconta la storia del piccolo Zain, con lo sfondo devastato di una Beirut che non ha nulla di accogliente o di bello. La sua telecamera, a volte affiancata dai droni, si aggira tra quartieri scrostati e sporchi, invasi da baracche e spazzatura. Una popolazione disperata e poverissima tenta la sopravvivenza quotidiana, senza nessuna prospettiva di miglioramento della propria vita, tra violenze e tradizioni assurde che annientano sin da piccoli ogni speranza di dignità e rispetto per l’individuo. Il protagonista è nato in una famiglia numerosissima, padre e madre mettono al mondo un figlio all’anno, pur essendo privi anche dell’essenziale per se stessi. I fratelli dormono ammassati in una sola stanza, sono costretti a lavorare per strada sin da piccolissimi, non vanno a scuola, non ricevono educazione né alcuna forma di affetto. È per questo che Zain si ribella: e lo vediamo nella scena iniziale in un’aula giudiziaria, difeso dalla sua avvocatessa, che è la stessa Nadine Labaki. Ha fatto causa ai suoi genitori per averlo messo al mondo, quanto di più assurdo possa concepirsi. Ma il racconto va a ritroso, con la tecnica del flashback, e spiega come Zain sia arrivato a quella decisione così estrema. Narra la sua incredibile esperienza, durissima, esemplare – in negativo – di ciò da cui i più piccoli dovrebbero essere difesi. I primi nemici di Zain (che non è un attore, ma fondamentalmente interpreta se stesso) sono proprio il padre e la madre, che gli sottraggono in tenera età il suo affetto più grande: la sorella maggiore, data sposa a 11 anni a un uomo adulto e brutale, un negoziante odiato da Zain proprio per le attenzioni che rivolgeva alla sorella. I genitori, in cambio di denaro e cibo, in sostanza vendono la loro bambina al primo offerente, scatenando – con questa scelta scellerata – una serie di eventi drammatici. Penserete, vedendo il film, che non c’è limite all’orrore; che non c’è giustizia, né ci potrebbe essere, in tanta povertà e frustrazione di ogni senso di umanità. In alcune persone, con cui non ha legami di sangue, il piccolo eroe trova consolazione ed aiuto. Ma sempre in modo passeggero e pagando a caro prezzo ogni gesto di attenzione. Mi sono domandata il senso di questo film così brutale eppure realistico: mostrare a tutti cosa accade in quei quartieri di Beirut? Fare vedere, senza veli, quale malavita circoli intorno all’immigrazione e alla dispersione dei profughi? Certamente si tratta di un’opera di denuncia, quasi di cronaca del nostro attuale. Una sveglia violenta alle orecchie delle persone, un dito puntato contro il proprio paese, dove evidentemente il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei bambini è una chimera solo per pochi (e per ricchi). Consiglio assolutamente di vederlo (e credo meriti 4 ciak 🎬 🎬🎬🎬): evidenzia la forza che può avere un bambino, anche nella peggiore delle situazioni, il suo attaccamento alla vita, il desiderio di conquistarne una migliore di quella “venuta dal cielo”. La buona notizia è che tutti i piccoli attori non professionisti che vedrete recitare qui oggi si trovano in nord Europa, hanno imparato a leggere e a scrivere (durante le riprese erano analfabeti!) e sono perfettamente inseriti in una realtà civile e rispettosa dei diritti dell’infanzia. 




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