·Il bambino e il campione·

Certe volte i sogni si avverano. La fantasia si fa realtà. La figurina del calciatore, per esempio, smette di essere solo un’immagine, esce dall’album e diventa una persona in carne ed ossa.

Se questa storia fosse un film e dovessi indicare una canzone come colonna sonora, sceglierei Enola Gay, degli OMD. Una canzone di quattro minuti. Una canzone di quel periodo. Per provare a condensare quarant’anni.

Una storia che inizia il 28 gennaio del 1979.

Era domenica e un ragazzo di 24 anni, nato a Giulianova, di nome Franco Tancredi, esordiva in seria A, giocando la sua prima partita con la maglia della Roma; un infortunio del portiere titolare, Paolo Conti, gli aveva spalancato la porta dell’Olimpico. 

In quella stessa domenica, un bambino di quasi dieci anni, dopo il pranzo e le pastarelle che sempre suo padre acquistava nei giorni di festa, ascoltava “Tutto il calcio minuto per minuto”; prevaleva in lui un poco di preoccupazione, perché Paolo Conti era il vice di Zoff nella nazionale italiana e questo Tancredi, invece, chi lo conosceva? 

Dopo quella partita, comunque giocata molto bene, non successe molto, sino al 21 ottobre del 1979, quando Franco Tancredi ebbe, a Udine, in trasferta, la sua seconda occasione, e giocò in maniera straordinaria.

Quello stesso bambino, vedendo il servizio televisivo a 90° minuto, si rese conto che qualcosa era cambiato. 

Da quel momento, infatti, e per tredici campionati consecutivi, Franco Tancredi divenne portiere titolare della Roma. 

Tredici anni, una vita. In tredici anni, un bambino si fa uomo, un giovane calciatore diventa un campione, e insieme, uno sugli spalti e l’altro in campo, affrontano vittorie e sconfitte, momenti esaltanti e avvilenti.

Chi sta lontano dal calcio non può capire la familiarità e l’affetto che si stabilisce tra un tifoso e un giocatore della sua squadra. Quando per tredici anni consecutivi vivi le stesse vicende, durante la settimana e poi la domenica, lui sul campo e tu sugli spalti (o alla televisione o alla radio), beh, il calciatore diventa per te, tifoso, un amico vero. Sembra assurdo ma è così. Sogni di incontrarlo e di parlarci. E un po’ lo fai. Ci parli, voglio dire. Anche se non lo vedi. Da bambino e da adulto. E quando poi lascia la tua squadra, ci stai male. 

Successe anche questo. Dopo 13 anni alla Roma, Franco Tancredi se ne andò. O meglio, fu venduto al Torino. Perché era “vecchio”, si diceva, non serviva più. Solo che i sentimenti non si vendono e non si comprano. E non devono servire a qualcosa. Si vivono e basta. Fu chiaro il 21 febbraio del 1991, quando Franco Tancredi tornò all’Olimpico, questa volta con la maglia del Torino. 

Le due squadre stavano entrando in campo e sugli spalti c’era un’energia particolare, un’emozione diffusa e febbrile. Franco Tancredi se ne accorse e compì un gesto che non si era mai visto; si staccò dai compagni che, uscendo dagli spogliatoi, si stavano dirigendo verso il centro del campo e andò verso la curva Sud. Le mani si spellavano, le voci urlavano, i lucciconi facevano capolino anche tra i più distaccati. Persino, forse, tra i tifosi del Torino. Fu in quel momento che in curva apparve uno striscione che esprimeva, con una frase semplice, un sentimento profondo e collettivo:  “Ciao Franco, bentornato a casa”.

Era proprio ed esattamente così e non c’era altro da dire.

Abbandonata la carriera da calciatore, ha iniziato quella da preparatore dei portieri. Con la Roma, innanzi tutto. Poi il Real Madrid e la nazionale inglese. In mezzo pure un tormentato passaggio alla Juve al seguito di Capello. Motivo di sofferenza, per i tifosi della Roma ed anche per lui. La verità, però, è sempre stata quella raccontata da Diego Bianchi nelle sue cronache dalla curva sud, datate 2012, quando in porta c’era l’olandese Stekelenburg; ci fu un momento in cui un tifoso urlò “Esci Franco” e tutti capirono, senza bisogno di dire altro, che quell’invito a uscire dai pali per andare a sradicare il pallone dai piedi dell’avversario era rivolta a Stekelenburg, il portiere. Perché “Franco” è Tancredi. E Tancredi è sempre il portiere della Roma. Tutt’ora. Chiunque sia in porta.

Quarant’anni dopo è arrivato il giorno in cui il sogno si è fatto realtà. La figurina è uscita dall’album dei calciatori.

Per tortuose vie che sarebbe lungo spiegare, il bambino e il calciatore si sono trovati a pranzo insieme. E si sono raccontati quarant’anni di vita, di episodi, di personaggi, di incontri. Ognuno dalla propria prospettiva. E quindi Liedholm, Conti, Pruzzo e Falcao; la prima vittoria in coppa Italia – la prima volta, in qualunque ambito, non si scorda mai – lo scudetto, la maledetta finale con il Liverpool, la sciagurata sconfitta con il Lecce; poi Viola, Radice, Capello, Sensi. Il calciatore racconta le emozioni dal campo e dagli spogliatoi, il bambino dalle gradinate o da dovunque, in quei frangenti, si trovasse.

Il calciatore regala punti di vista nuovi, saggezza, profondità. Il bambino il ricordo di un’intervista a “L’Unità”, a febbraio del 1990, quando Franco, a fine carriera, si preparava ad una dimensione diversa e, in un mondo in trasformazione, parlava del proprio padre, che si chiamava Lenin. Il PCI stava cambiando nome, Franco stava cambiando ruolo, il bambino, diventato uomo, stava cercando di cambiare se stesso, illudendosi di potere cambiare anche gli altri. 

Quattro minuti sono passati in un attimo. E pure quarant’anni. Il tempo di un pranzo insieme. Di una canzone. E di una foto. Scattata affinché non svanisca il ricordo.

In quarant’anni e quattro minuti, comunque, ho capito una cosa. 

L’ho sempre pensato, ma ora lo dirò con ancora più convinzione. Iniziando da stasera. Ai miei figli e a mia moglie. E poi a tutti. 

Certe volte i sogni si avverano. 

Ho le prove.




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