·I papaveri vicino ai binari·

Papaveri sui binari

Devo andare alla fiera di Roma, verso Fiumicino. Troppo lontano per il mio motorino. E’ una bella giornata di sole, nemmeno troppo calda, allora opto per il trenino metropolitano, che parte dalla stazione Nomentana.
“E’ questo il treno per Trastevere?”. Una coppia, dalla voce e dai comportamenti alterati dall’alcol, un cane tenuto con la corda e due grosse buste, arriva subito dopo di me. La donna ha dei lunghi capelli neri. Ho studiato il percorso su internet ed allora rispondo che sì, per andare a Trastevere devono prendere il treno nella mia stessa direzione. Arriva il treno e saliamo. La coppia si posiziona dietro di me. “Che cazzo ‘stai a di’?”; “Che cazzo te frega?”; “’sto cane è proprio ‘no stronzo”. I loro discorsi iniziano e finiscono nel giro di pochissimi secondi, duranti i quali vanno avanti a strappi, con sincopi e cambi di argomento improvvisi.
In treno ho l’occasione di vedere Roma da una prospettiva diversa. Abituato ai percorsi in motorino, non mi ero mai reso conto di quante volte la città si interrompa. Tra la via Nomentana e la via Tiburtina, ad esempio: tratti in cui ti sembra di viaggiare da una città all’altra; e invece stai solo andando da un quartiere all’altro di Roma.
Squilla un telefonino. “’Ndo stai? A Rebibbia?”. E’ sempre la coppia dietro a me e Rebibbia, lo dico per i non romani, è il penitenziario della capitale. “In Ospedale? Te c’ha mandato il medico? Guarda che l’infermiera non conta un cazzo, conta solo quello che dice il primario”.
Torno al paesaggio che si gode dal finestrino. In certi punti è uno spettacolo naturale. Non mi ero mai reso conto nemmeno di quanti papaveri ci siano a Roma: vicino ai binari è un trionfo di papaveri, rossi e di maggio, come nella canzone di De André.
“Tranquillo, a Rebibbia nun ce torni, al massimo torni a casa”.
In uno dei tratti di campagna, tra Ostiense e Trastevere, il treno si ferma. Siamo in una dimensione senza tempo. Potremmo essere nel 1944, in fuga dai tedeschi (tra l’altro, proprio il 4 giugno ricorre il settantaduesimo anniversario della liberazione romana).
“Ce sta qualcun altro co’ la tubercolosi?”. La conversazione telefonica si chiude all’improvviso quando il controllore, palesatosi sul vagone, chiede il biglietto. Non ce l’hanno. La donna fa presente di stare male. Dice di avere un tumore, per il quale è in cura all’Ospedale Spallanzani. Il controllore vacilla, non sa se crederle, ma tiene il punto, così chiede ed ottiene i documenti. A quel punto incrocia il mio sguardo. Gli faccio un cenno, come per dire di lasciar perdere. Ma lui niente, dopo una iniziale esitazione, decide che il suo ruolo nel mondo, in quel momento, è di comminare una sanzione che nessuno pagherà mai.
Giunti a Trastevere, la coppia scende. Sino a quel momento li avevo avuti, per lo più, alle spalle. Adesso, guardandoli attraverso il finestrino, mi accorgo che i lunghi capelli neri della donna, in realtà, sono una parrucca. Aveva detto la verità: sta male sul serio.
Il treno riparte, prossima fermata Villa Bonelli. “Biglietto, per favore”. Lo consegno senza dire “prego” e, dopo il controllo, lo riprendo senza dire “grazie”. Dal finestrino riesco a scorgere i due che, barcollando, il cane sempre al seguito, si avviano verso l’uscita della stazione.
Nel vagone c’è troppo silenzio. Il sole, fuori, si è fatto più alto, anche se il cielo comincia a velarsi un po’. Papaveri, vicino ai binari, non se ne vedono più.




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