·Pd, lo schiaffo ai poveri·

E’ un passaggio da brivido, calato a sorpresa nella prima cartella di una relazione sull’analisi del voto del 4 marzo scorso consegnata agli iscritti e ai quadri del Pd pescarese dal segretario Enisio Tocco, un renziano della primissima ora, un dalfonsiano militante. Una frase forse usata come paradosso, ma un paradosso infelice e sfortunato, che fornisce una risposta ancora più netta all’analisi della sconfitta democrat, che la spiega, che la rende ancora più chiara.

Enisio Tocco

“Ignorare i ceti più deboli è una strategia legittima”,

scrive il segretario del Pd abruzzese come se niente fosse, o come se fosse la cosa più naturale possibile, roba che neanche Malagodi. Una strategia legittima, dice Tocco, che poi aggiunge:

“Ma bisogna sapere che questo porta inevitabilmente a restringere in modo radicale il proprio bacino di consenso alle fasce sociali già garantite”.

Se fosse soltanto un paradosso, forse allora il termine “legittimo” è quello che più stride, sbagliato e inopportuno.


E allora no, forse non lo è: nell’analisi del voto che il segretario di Pescara definisce giustamente “un tracollo”, dove si pesano le parole e pure le virgole, “legittimo” è un termine freudiano che spiega tantissime cose, e anche quella perdita di voti che ha trasformato mister preferenze Luciano D’Alfonso in un miracolato della lista blindata.
E forse, se guardiamo alle politiche economiche dell’ultimo governo di centrosinistra, ai masterplan, agli ospedali cancellati, alla sanità negata, alle liste d’attesa interminabili, al sostegno zero per le politiche contro la povertà, alla disoccupazione che cresce e all’opposto, alle politiche di clientela, agli amici gratificati di incarichi e consulenze, alle nomine last minute negli enti che si dovevano sopprimere, e allora si spiegano anche tante altre cose.

La convention di D’Alfonso in campagna elettorale

“Il Pd- dice ancora Enisio Tocco citando i sondaggi Cise della settimana prima del voto- va nella direzione inattesa di un suo sconfinamento nelle classi sociali più alte e con un reddito più alto”.

E paga

“la sua incapacità di ascoltare, di condividere il disagio sociale, di affrontare le diseguaglianze, l’assenza di un progetto vero per il futuro del paese, l’incapacità di avere visione. Il linguaggio, le parole sono così lontane dai bisogni reali dei cittadini, dalle attese delle giovani donne e dei propri figli, dal valore del bene comune”.

Sì, aggiunge Tocco, anche a livello locale il risultato è stato drammatico, ed è figlio di tanti aspetti,

“non certo riconducibili alle scelte dei candidati, sulle quali peraltro abbiamo avuto un margine di trattativa quasi nullo, ma è una sconfitta figlia di tutti noi”.
Tutti responsabili, quindi, e guai a parlare del partito personalistico e arrogante consegnato mani e piedi nelle mani del governatore.

In prima fila i fedelissimi

“Ignorare i ceti più deboli è una strategia legittima”, e peccato che con tre parole venga mandata all’aria l’identità di un partito come il Pc, peccato che Berlinguer adesso si rigiri nella tomba come tante altre volte gli sarà capitato negli ultimi tempi. Lui che chiedeva di uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo che garantisse maggiore giustizia sociale per tutti, un modello basato sul rigore, il rifiuto degli sprechi e il consumismo sfrenato, lui che insisteva nel sottolineare la degenerazione dei partiti ridotti a macchine di potere e di clientela.
Il discorso di Genova al festival nazionale dell’Unità suscitò l’entusiasmo di una folla immensa: la classe operaia, spiegava Berlinguer, si deve allineare con i ceti più deboli, sottoproletari e diseredati del sud, ma anche con le donne e giovani. Quel Pci aveva la capacità di proteggere i ceti più deboli degli effetti dirompenti del cambiamento economico, di attutire l’impatto con le più vistose fratture sociali e culturali della nostra storia, ma ora di quell’idea non è rimasto più nulla.
Enisio Tocco, nel suo piccolo, ha spiegato perché.
ps: E le parole del presidente emerito Giorgio Napolitano (guardate il video qui sotto), sabato scorso, sono scivolate addosso al segretario regionale del Pd Marco Rapino che ieri in una intervista al Centro, ha minimizzato la sconfitta abruzzese.
Eppure, dovevano suonare come un campanello d’allarme quelle parole: nel voto, ha detto Napolitano, hanno pesato anche

“i troppi esempi di clientelismo e corruzione dati dai circoli dirigenti e dai gruppi da tempo stancamente governanti nelle regioni”.

E, ancora,

“è chiaro ora quanto poco abbiano convinto (gli elettori) l’auto-esaltazione dei risultati ottenuti dai governi e dai partiti di maggioranza”.

Quell’auto-esaltazione a cui ieri Rapino si è grigiamente e nuovamente attenuto, elencando Masterplan e fondovalli, come nulla fosse. Quando si dice l’abitudine.





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