·Gli abruzzesi (quasi) tutti con Lotti·

Tutti a Montecatini. Mica a passare le acque, proprio no. Ma ad applaudire Luca Lotti: c’era mezzo Abruzzo dem sabato scorso alla convention in cui è stato duramente attaccato il segretario Pd Nicola Zingaretti, nonostante qui nei confini regionali molti baci e abbracci, soprattutto da parte della parlamentare Stefania Pezzopane. C’era anche lei, ma c’erano soprattutto Luciano D’Alfonso, ex governatore dell’Abruzzo e ora senatore, e il suo pupillo Camillo D’Alessandro, deputato il cui intervento di sintesi è finito su tutti i quotidiani. E, tra le seconde file, anche l’ex presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco.

Ma a brillare è stato proprio D’Alessandro:

“Base riformista non nasce per sfasciare il partito ma per non farlo sfasciare. Nasce per evitare che il Pd si svuoti e si riduca a testimonianza identitaria. Di scissione non si parla l’intento è quello di fare forza sui gruppi parlamentari che non obbediscono a Zingaretti“.

Per Lotti e per tutti loro, il problema di Zinga è che non ha una strategia per andare alle elezioni, e che non si può lasciare aperto lo spazio al centro. E’ la carica degli ex democristiani insomma, con la sola eccezione (abruzzese) della Pezzopane che viene dall’ex Pci. Ma si sa, colpa delle (cattive) compagnie. 

Insomma guai a non parlare ai moderati, dice Lotti dal giardino delle Terme Exelsior di Montecatini dopo aver parlato dello scandalo Csm che lo ha travolto, proclamandosi vittima di una”violenza privata”.

Insomma, secondo l’ex braccio destro di Renzi, che nonostante si sia autosospeso dal Pd tiene comunque le redini di una settantina di parlamentari, è piuttosto forte l’ipotesi del voto anticipato, se non a settembre a marzo prossimo. Ipotesi che fa rabbrividire D’Alessandro, D’Alfonso e Pezzopane, anche se in Abruzzo col segretario Michele Fina, zingarettiano, hanno stretto un patto che li dovrebbe garantire su tutti i fronti.

No all’alleanza con i Cinquestelle, dice chiaro e tondo Lotti: in quel caso la truppa dei suoi settanta parlamentari scapperebbe verso altri lidi. Anche se poi non si esclude che dopo il voto, da posizioni rovesciate e magari da una posizione di maggior forza, si possa comunque aprire un dialogo. Ed è sempre il citassimo D’Alessandro a spiegare e rispiegare che Base riformista nasce proprio con l’intento di salvare il Pd, ed evitare la scissione dei renziani, altro che storie:

“Nuovo PD? Il rischio è la finzione delle parole, buoni a farle diventare un mantra, in una comunicazione tutta interna, ma di cui non si accorge nessuno. Un’altra finzione? Il campo largo, che non esiste, non esiste alcun automatismo di un voto deluso che torna magicamente a preferirci. Lo insegna il voto alle europee”.

Della serie: autocritica zero.

Tavolata a Montecatini: Dalfy a capotavola, all’angoletto Di Marco

Renzi, Calenda o chi per loro: non importa chi saranno i nuovi generali ma basta che nasca una forza liberal e moderata. 

Moderati, è la parola d’ordine: molto celebrata alla convention e poi, come ogni incontro politico che si rispetti, a tavola.




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