·Giustizia per Monia·

Monia era una psicologa psicoterapeuta ma soprattutto una ragazza che amava la vita. Il giorno dopo sarebbe partita per un viaggio molto desiderato, e invece.
Invece il pomeriggio dell’11 gennaio 2017 Monia Di Domenico, 46 anni, viene uccisa dal suo inquilino: Giovanni Iacone, un cuoco di 49 anni, non pagava il canone e lei era andata da lui per sollecitargli almeno una mensilità.
Il 25 ci sarà la prima udienza di un processo che verrà celebrato col rito abbreviato: per Monia nessuna attenzione, nessuna raccolta di firme, nessuna protesta così come è invece accaduto per Jennifer, anche lei uccisa da un uomo violento, in quel caso l’ex fidanzato, che sarà anche lui processato col rito abbreviato. Si può accordare il rito abbreviato per delitti così efferati, così crudeli? Sì, se lo prevede la legge. No, se ci fosse una riforma che vietasse il ricorso a sconti di pena e scorciatoie e vantaggi di qualsiasi tipo negli omicidi di donne, mogli, fidanzate.
Ci sono due anziani genitori che aspettano giustizia, almeno quella, che aspettano che l’assassino di Monia venga punito severamente. Non hanno altri figli, sono rimasti soli col loro dolore, e con Barbara Orsini, l’amica del cuore della loro figlia. Barbara ha scritto per Mapero’ questo pezzo bellissimo: lei, che era andata a Francavilla mandata dalla tv per la quale lavorava a “fare l’omicidio”, come si dice in gergo giornalistico, e che non sapeva che quel corpo lì per terra era di Monia. Poi, quando l’ha visto, quando l’ha riconosciuta, quando ha saputo, un pezzo importante della sua vita è finita, è rimasta lì con lei.

Nessuno ve la restituirà. Nessuna sentenza vi restituirà i suoi occhi curiosi, il suo sorriso appassionato, i suoi lunghi capelli neri mai più corti o più lunghi di quel segno sulle spalle dritte e larghe. Ce l’hanno ripetuta per nove mesi questa ovvietà e noi, genitori amici colleghi e parenti di Monia, ce la siamo lasciata dire piangendola ogni volta con una crescente, corale, consapevole esigenza di giustizia. Sì, esigenza.
Non c’è stato giorno, da quel maledetto 11 gennaio, in cui la nuova famiglia cresciuta, in fretta e dolorosamente, intorno a mamma Doretta e papà Aldino non si sia disperata per una assenza che, è vero, nessuna sentenza colmerà. Monia avrebbe compiuto 46 anni il 9 giugno: il 3 gennaio, una settimana prima di essere fatta a pezzi (pare per 700 euro) da chi aveva da lei ricevuto una casa di famiglia in affitto ma sopratutto una incondizionata cordiale fiducia, avevamo deciso di festeggiarli insieme i nostri due compleanni ( distanziati di appena tre giorni ) alle Tremiti. Noi che il mondo lo avevamo girato, fotografato, annusato spingendoci ogni volta più lontano stavolta volevamo “restare in zona”. E, invece, il 9 giugno ho dovuto aggrapparmi alla sua lapide per abbracciarla! E come me i tanti amici ” tesoro bello” ( Monia ci chiamava così amandoci come fratelli e sorelle che anziché per nascita si era potuta scegliere ) orfani di una guida ancor più che di una amica. Eh già perché Monia, psicologa in forza a Villa Serena nonché psicoterapeuta in uno studio associato, aveva il grande dono di saper ascoltare ” anche l’indicibile” ( come mille volte ha sorriso degli sfoghi più folli del “tesoro bello” di turno ): impossibile non dirgliela una cosa, te la leggeva negli occhi anche via telefono sgamandoti sempre!
Monia ha riempito la chiesa parrocchiale della sua Corropoli in un giorno in cui l’Abruzzo si paralizzava sotto una tormenta di neve che è passata alla storia di questa regione : alcune di noi amiche hanno litigato con i casellanti che ci impedivano di prendere l’autostrada interdetta per neve. Altre hanno fatto decine di caffè a casa di Doretta e Aldino per riscaldare chiunque arrivasse anche da molto lontano per il suo funerale. Su Monia, però, è sceso il silenzio nel breve volgere di 48 ore: erano i giorni della tragedia di Rigopiano, dell’Abruzzo senza luce, delle slavine e di altri morti. Su Monia è sceso un silenzio pubblico pesantissimo come se anche la morte avesse una classifica “di gradimento”: qualcuno si è permesso di dirci che da amici avremmo dovuto fare noi di più per tenere viva la sua memoria tra la gente. A chi ha blaterato una simile idiozia, che fa il paio con l’altrettanto crudele “non doveva andarci sola da quel tizio che l’ha poi uccisa “, noi che abbiamo potuto amare Monia rispondiamo con il piccolo principe e la sua “non si vede bene che col cuore perché l’essenziale è invisibile agli occhi”! Non dovevano essere la sua mamma, il suo papà, i suoi cugini o le sue amiche a ricordare a questa terra che aveva perso una sua giovane figlia. Monia amava profondamente l’Abruzzo e Pescara: non esitò a ritornare a casa dagli studi universitari a Bologna, forse perché da figlia unica voleva essere vicina ai suoi genitori ma certamente perché le mancavano i suoi paesaggi più intimi . Monia era tra gli abbonati storici del “Luigi Barbara”, del Flaiano, dei concerti al conservatorio! Monia portava i suoi ragazzi ( come chiamava gli adorati pazienti di Villa Serena) a prendere il gelato a Pescara piuttosto che a fare merenda nei centri commerciali: l’ultima volta che ha potuto li ha portati al mare sulla neve di Città Sant’Angelo pochi giorni prima di essere uccisa. Monia abitava in centro a Pescara, girava a piedi o in bici: andava al mare da sempre al suo adorato Traghetto. Ha girato il mondo ma col sorriso tornava sempre nella sua città! Quante volte a poche ore dal volo che la doveva riportare in Italia (dalla centesima vacanza ) mi chiamava e si decideva già dove andare a cena! Eppure la sua città sembra averla dimenticata. Forse perché non era social? Forse perché la sua rete eravamo noi amiche delle zuppe a casa sua e non 5000 amici più o meno virtuali ? Forse perché i suoi genitori hanno preferito vivere questi mesi nel silenzio dei tanti ricordi strappati dal cuore?

 

Mercoledì prossimo, 25 ottobre, inizierà finalmente il processo per la mano assassina che ha ucciso Monia: in tribunale a Chieti, in un’udienza a porte chiuse, la giustizia è chiamata a compiere il suo dovere ripercorrendo gli ultimi disperati attimi di vita di una giovane donna massacrata da un uomo ( non ne scrivo il nome perché provo dolore anche solo ad associare graficamente il suo a quello di Monia!) che le doveva un paio di affitti. Sono nove mesi che tutti noi ci domandiamo come si possa compiere un delitto del genere per 7 forse 800 euro. Di Monia abbiamo faticato a riconoscere i lineamenti eppure a noi impressi nella memoria più dolce. Il suo assassino non l’ha “solo”uccisa ma anche nascosta avvolgendola in un lenzuolo di morte. Come non fermarsi anche solo un istante a pensare che se anziché una esile taglia 38 Monia fosse stata un maschio oggi forse nessuna mamma starebbe piangendo un figlio.
Quell’uomo non ha ammazzato “solo” Monia ma tante, tante altre persone che oggi vagano tra ricordi e dolore. I cugini, i colleghi, gli amici: ci sentiamo tutti come se ci avessero amputato un arto, come se stare in equilibrio sarà ormai impossibile. E poi ci sono loro, mamma Doretta e papà Aldino dalle cui voci sempre più rotte dal dolore esce ormai solo una sacrosanta richiesta di giustizia. “Almeno quella terrena”  insiste Doretta ogni volta che sente una di noi amiche al telefono e, quindi, tutti i giorni da quell’11 gennaio.
Doretta e Aldino, per il cui strazio poco può persino l’amore di tutti noi nuovi loro figli, si preparano al secondo giorno più doloroso della loro esistenza con l’incredibile lucidità di chi chiede “ solo” che l’assassino della loro unica figlia venga condannato al massimo della pena prevista. Perché persone perbene, persone che hanno lavorato una vita intera, persone che a questa società hanno donato una figlia piena di tanto, persone che hanno fatto di principi e semplicità le loro regole di vita.

“Nessuno sconto, nessuna riduzione, nessuna attenuante per chi uccide- mi ripete questa mamma che ha trasformato un centimetro di verde sotto la lapide della figlia in un trionfo di colori e profumi-. Noi siamo anziani e a maggior ragione dopo questo dolore vogliamo solo chiudere gli occhi per sempre e riabbracciare la nostra bambina. Se per Monia non ci sarà mai più un cielo d’estate, un albero di Natale, voi amiche, i suoi adorati pazienti e le migliaia di libri e scarpe che ha letto e raccolto lo stesso deve essere per chi l’ha uccisa che, comunque, continuerà ad avere il grande dono della vita”.

 





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