·Gigi Radice·

Ci sono persone che ti sembra di conoscere, anche se non le hai mai incontrate. 

Gigi Radice, per esempio. Sapete tutti chi era: un allenatore di calcio. Prima ancora un calciatore. Per me, nato sul finire degli anni 60 e appassionato di calcio a partire dalla metà del decennio successivo, era soprattutto un allenatore; trovai tracce della sua vita precedente in una particolare edizione dell’album dei calciatori, nella quale comparvero le figurine dei “campioni del passato”, tra cui lui, Gigi Radice, appunto.

Studiavo l’immagine, l’espressione del volto, il taglio dei capelli, ed era un po’ come guardare le foto dei miei genitori: “Ah, sì, certo, una volta, secoli fa, eravate giovani; che buffi”. 

Buffo era pure lui, Gigi Radice, ripreso quando era ragazzo, con la maglia del Milan. All’epoca, invece, era allenatore del Torino, e non di uno qualunque, ma di quello che si aggiudicò lo scudetto. L’ultimo vinto della squadra granata. Nel 1976. 

Gigi Radice, soprannominato “Sergente di ferro”, già allora mi faceva pensare a mio padre, che pure sergente non era affatto, tanto meno di ferro. Non credo di averglielo mai detto. A mio padre, intendo. Avevano la stessa età, entrambi quarantenni, e per me, che ne avevo sei, rappresentava la tipica età dell’uomo adulto: né giovane, né anziano. L’età di un padre, appunto, quando sei bambino. 

Entrambi avevano sempre la barba fatta, la pelle chiara un po’ arrossata dal freddo, indossavano giacche marroni e i maglioni a rombi, ma, soprattutto, il cappotto  e mai la sciarpa. Nella mia mente il cappotto era il tipico capo di abbigliamento del papà; ne avevano uno uguale, o comunque lo indossavano con lo stesso portamento. 

A un certo punto venne nella capitale, ad allenare la mia amata Roma. Era il campionato 1989/1990. Io, oramai adulto e patentato, allo stadio andavo ogni volta che potevo, in compagnia e pure da solo, se per caso intercettavo un biglietto omaggio. 

Quell’anno si giocava al Flaminio, un piccolo e meraviglioso stadio per il calcio, perché l’Olimpico, in ristrutturazione per gli imminenti Mondiali del ’90, era chiuso. Senza la pista d’atletica, le partite si seguivano che era una meraviglia.

Di tutte, me ne ricordo una in particolare: la vittoria della Roma nel derby contro la Lazio. 

Stavo in Tribuna, in quell’occasione, dietro le panchine, a un passo da Gigi Radice. E mi sembrava di conoscerlo da sempre. 

E in effetti era così, perché nei pomeriggi passati ad attaccare e studiare le figurine, ci eravamo fatti più di qualche chiacchierata.

Tre anni fa lessi che si era ammalato di Alzheimer. Si compiva, in quel periodo, un percorso analogo per mio padre. 

Ci sono persone che ti sembra di conoscere, anche se non le hai mai incontrate. 

Gigi Radice era una di queste. 

Domani si prevede una giornata piovosa e dal clima rigido.

Invece del mio solito giaccone antivento, indosserò un cappotto che conservo nell’armadio. Mi sta un po’ corto di maniche, perché mio padre era più basso di me, ma per il resto cade abbastanza bene. 

Sono sicuro che mi aiuterà a non sentire freddo.





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