·Generazione Duran·

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Sono sempre stato duraniano, sin da quando, nel 1984, in Inghilterra, ascoltai per la prima volta quella strana canzone che poi scoprii essere “The Reflex” (“Fle-fle-fle-fle-flex”), di un gruppo chiamato “Duran Duran”; scoprii pure che le loro canzoni mi piacevano molto. Non era però il caso di sbandierare troppo questo feeling, perché i Duran erano considerati una boy band per ragazzine.
Nel 1987, dopo un paio d’anni di silenzio, nei quali si erano divisi ed avevano fondato gruppi diversi, i Duran si ritrovarono per Notorius, il loro nuovo 33 giri, che mi comprai subito. Di lì a poco, in quello stesso 1987, vennero in tournèe in Italia. Il concerto romano era previsto il 1^ giugno, appena quattro giorni dopo quello, leggendario, degli U2. Mi ero già accaparrato il biglietto per gli U2 e, onestamente, sebbene mi fossi comprato l’ultimo album, non era, quello dei Duran, un concerto per il quale un maschio diciottenne potesse pensare, addirittura, di pagare il biglietto.
Accadde, però, che grazie ad un mio compagno di classe si presentò l’occasione non solo per vedere il concerto, ma, addirittura, per guadagnare qualcosa. Si trattava di fare gli addetti alla sicurezza. Un lavoro di un’ intera giornata pagato circa sessantamila lire.
Bivaccamo nell’area compresa tra i cancelli e lo stadio, investiti dell’autorità, grazie alla pettorina con scritto “Sicurezza”, di bloccare o far passare le persone. Poi venne uno con la radio ed un fare concitato, parlò con il mio caposquadra ed indicò me. “Tu vai con lui”. Mi ritrovai dentro lo stadio, esattamente sotto al palco, davanti a tantissime ragazze. Mai viste così tante ragazze. Ma, soprattutto, mai viste così tante ragazze svenire. Ecco il motivo per cui mi avevano mandato lì: servivano braccia per estrarre dalla calca le ragazze che svenivano. Dopo ventinove anni, ho trovato su you tube un lungo video che documenta quella tournèe e nel quale, per qualche istante, mi si vede. Rivedendo quell’immagine, mi sono ricordato l’emozione che provavo. Mi sentivo grande, forte, massiccio. Mi sentivo realizzato. Stavo davanti a un sacco di ragazze e dovevo occuparmi di loro. Quell’immagine racconta di un neodiciottenne che sente di avere il mondo in mano.

Qui e nella foto sopra, il concerto del 1987

Qui e nella foto sopra, il concerto del 1987

Durante il concerto riuscii, ogni tanto, a sbirciare il palco. Ricordo il momento in cui vidi Jhon Taylor, il bassista, che stava proprio sopra di me, e poi il cantante, Simon Le Bon, che indossava un abito con una enorme e pacchiana aquila nera.
Il giorno dopo, a scuola, fui avvicinato da una ragazza: “Ti  ho visto ieri, sotto al palco”. Annuii, con l’aria vissuta. “Li hai visti da vicino?”. “Certo”. Mi sembrava di stare in un film di Verdone. “E come sono?”. Ci pensai qualche secondo, per poi rispondere con studiata e bugiarda sicurezza: “sudati””. A quel punto mi allontanai, con il piglio di chi aveva un sacco di cose da fare. Era l’inizio di giugno del 1987, l’ultima estate prima dell’esame di maturità.
Da lì in poi mi sono perso di vista con i Duran. Forse perché ero diventato grande e mi sembrava che fosse un gruppo legato ad un’età diversa.
E’ stato così sino all’estate del 2012, quando da un cartellone pubblicitario scoprii non solo che i Duran esistevano ancora, ma pure che sarebbero venuti in concerto a Roma. Andai a vederli, trascinando un mio amico recalcitrante. Fu un concetto emozionante, grazie al quale, tra l’altro, scoprii che erano dei Duran diverse canzoni ascoltate nel venticinquennio precedente (“ordinary world”, “come undome”, “sunrise”) e che l’ultimo album non era niente male.
Arriviamo, così, al 7 giugno scorso, quando sono tornati a Roma nell’ambito del tour promozionale dell’ultimo album, “paper gods”. Con il mio amico ci eravamo ripromessi di andare. Poi, invece, l’appuntamento è sfumato.
Quando è la sera del 7 giugno, però, mi rode. Mi sembra di avere perso un appuntamento importante. Allora faccio una cosa da adolescente. Mi metto in macchina per andare comunque lì, a sentire, sia pure da fuori, almeno una parte del concerto.
Arrivo e parcheggio facilmente. Quando sono vicino ai cancelli comincia “The Reflex”. Si sente bene ma non si vede niente. Ci sono una decina di persone, quasi tutte donne. Salgo su un montarozzo e qualcosa, da molto lontano, riesco a vedere. Ad un certo punto penso che voglio andare via. Mi avvio mentre loro attaccano “Rio”. Da diversi anni chiudono sempre i concerti con questa canzone.

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Simon e John oggi

Una volta al parcheggio, aspetto ancora qualche minuto per sincerarmi che il concerto sia finito, poi salgo in macchina; su you tube cerco il video integrale del concerto della tournée precedente, lo collego allo stereo e accendo il motore.
Sto per uscire dal parcheggio quando mi passano davanti due macchine, per immettersi sulla via Appia. Delle due, la seconda si ferma proprio davanti alla mia. Seduto sul sedile del passeggero riconosco Simon Le Bon. E’ a un metro da me. Nemmeno nel 1987 l’avevo visto così da vicino. Faccio appena in tempo a realizzare che è lui quando la prima macchina riparte e la seconda si accoda. Mi muovo anche io, immettendomi sulla via Appia, e scorgo le due macchine svanire nella notte.
Per un attimo penso di seguirli. Ma per dirgli cosa? Che sono cresciuto con loro, sia pure a distanza? Che siamo cresciuti insieme? Sai cosa gliene frega? Mi sento di nuovo in un film, questa volta nel ruolo di Stefano Satta Flores alla fine di “C’eravamo tanto amati”.
Lo stero della mia macchina diffonde “The Reflex”, che nella versione live in cui la sto ascoltando è particolarmente “fle-fle-fle-fle-flex”.
Mi rendo improvvisamente conto che, se qualcuno mi chiedesse com’era Simon Le Bon visto da vicino, potrei rispondere in un solo modo: “era sudato!”. Ecco il senso di questa strana serata senza il biglietto per il concerto dei miei amati Duran: capire che trent’anni fa, pensando di mentire, avevo detto il vero. Penso a questo, nel buio della via Appia, e mi viene da sorridere.




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