·Feniello, il primo imputato per Rigopiano·

E alla fine è arrivato anche il giorno del processo. No, non per la strage di Rigopiano, per quella ci vorranno ancora chissà quanti mesi, e proprio in questi giorni sono state calendarizzate le udienze preliminari, ma per papà Feniello, colpevole di aver forzato i sigilli dell’area delle macerie per mettere un mazzo di fiori lì dove è morto il figlio Stefano.

Giudizio immediato il 26 settembre prossimo, ha disposto il gip del tribunale di Pescara Elio Bongrazio dopo che Feniello aveva presentato opposizione al decreto di condanna che gli aveva inflitto una multa da 4.550 euro. 

È lui il primo colpevole per Rigopiano, un padre che ha perso il figlio, mentre l’inchiesta, quella vera, si disperde in mille rivoli di misteri e ambiguità.

“Ho sempre sostenuto che avrei affrontato il processo”,

scrive Alessio Feniello su Facebook.

Stefano Feniello con la fidanzata

Una decisione che ha scatenato reazioni, commenti, e non solo da  parte delle vittime o dei cittadini. Anche un altro magistrato, per anni alla procura di Pescara, ha espresso il suo critico punto di vista sulla scelta operata dai colleghi il 21 gennaio scorso, pochi giorni dopo la notizia della condanna alla multa:

“Quello che colpisce nella condanna del signor Feniello – scrive Gennaro Varone ora pm a Roma-  il quale vede così punito il suo atteggiamento provocatorio, che, tuttavia (si può dire?), è speculare a quello snobbante di chi ha negato semplici scuse umanitarie, pur di difendere un consenso, che rischiava di sgretolarsi, di fronte a quella che poteva apparire una missione di incapacità; quello che mi colpisce, dicevo non è la condanna in sé, che sarà anche corretta legalmente (o meglio, lo è certamente) bensì la fretta definitoria con la quale la condanna medesima è stata comminata. Un decreto penale: che tramutando il carcere in multa, condanna senza processo; senza ascoltare l’imputato; senza contraddittorio. Senza che il signor Feniello sia stato ammesso a dichiarare le proprie difese in un’aula di giustizia”.

La storia era andata proprio così: il pm Salvatore Campochiaro indaga otto mesi su Alessio Feniello, dal 25 maggio del 2018, quasi la metà del tempo che ci è voluta per portare al traguardo  l’inchiesta sulla tragedia di Rigopiano (che poi, come abbiamo visto, ha avuto comunque bisogno di un supplemento di indagini e di un’inchiesta bis). Per poi chiedere un decreto di condanna, accolto dal gip Elio Bongrazio che aveva stabilito che Feniello si era introdotto “abusivamente” nell’area sequestrata dell’hotel Rigopiano e ci era rimasto un po’ di tempo, nonostante fosse stato invitato ad andarsene dalle forze dell’ordine. Certo, è la legge. Una legge che non arretra di fronte al dolore e alla disperazione. E che, come scrive Varone, decide di condannare senza contraddittorio: se non fosse stato per Feniello, che ha impugnato tramite il suo avvocato il decreto di condanna, il processo non ci sarebbe proprio stato. Invece ora, almeno Feniello si potrà difendere.

“Ti invito a fare i processi seri, visto che sei pagato da noi contribuenti – aveva scritto papà Alessio rivolgendosi al magistrato – non perdere tempo con le ca@@ate. Quelli che non hanno fatto niente per salvare 29 persone a Rigopiano sono ancora a piede libero e io invece devo pagare. Se sono colpevole io non mi tiro indietro perché sono un uomo”. 

ps: una storia brutta.




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