·Essere grandi nonostante·

#faibeisogni (Regia: Marco Bellocchio. Con: Valerio Mastandrea, Bérénice Bejo, Fabrizio Gifuni, Guido Caprino, Barbara Ronchi, Miriam Leone, Nicolò Cabras, Dario Dal Pero , Arianna Scommegna, Bruno Torrisi, Manuela Mandracchia, Giulio Brogi, Emmanuelle Devos, Roberto Di Francesco, Fausto Russo Alesi, Pier Giorgio Bellocchio, Piera Degli Esposti, Roberto Herlitzka. Genere: Drammatico)

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Il film è liberamente tratto dal libro autobiografico di Gramellini, che però non è coautore della sceneggiatura, sebbene, evidentemente, si parli di lui e dell’evento che ha segnato la sua vita: la perdita della mamma, quando era un bambino di circa 10 anni. Si svolge su vari piani temporali ed in vari luoghi. Dagli anni 70 agli anni 90. Torino, la città più importante, quella del protagonista che, da adulto, è un giornalista de La Stampa. Una parte della storia è ambientata anche a Roma e Sarajevo, durante la guerra, nel 1993. I primi venti minuti sono decisivi, tutti concentrati come sono sul rapporto esclusivo tra Massimo e la giovane mamma, sempre soli, in un appartamento borghese di Torino, proprio davanti allo stadio Comunale. Decisivi per imprimere nella memoria, anche emotiva, di Massimo quei momenti pieni di amore e di gioia e di energia. Proprio all’inizio, una delle scene più belle, dove lei canta e balla con lui Scende la pioggia di Morandi (clicca qui); è anche la scena della locandina, significativamente, perché è questo che resta a Massimo, per tutta la vita, della sua mamma troppo presto perduta. Lei sceglie il suicidio, non è capace di resistere ad una di quelle prove difficili che prima o poi capitano, non ha la forza. Va via, giù dal quinto piano in una notte di neve, dopo avere salutato Massimo dicendogli “fai bei sogni” ed avergli lasciato la vestaglia sul suo letto. La mattina dopo lei non c’è più. E lui si ribella a questa assurda realtà, non accetta la favola che il prete gli propone, della mamma che aveva chiesto di essere un angelo ed era stata accontentata da dio. Lui la mamma la vuole ancora con se’, a giocare a nascondino, però facendosi trovare, alla fine del gioco. Si rifiuta di pregare tradizionalmente per lei, insieme alle zie ed al padre. Mentre gli altri snocciolano L’eterno riposo, lui recita, come preghiera, le parole di Resta cu mme di Modugno, che cantava insieme a lei (clicca qui). Nessuno, nemmeno il padre, gli spiega cosa sia successo, mentre Massimo incredulo dice “non può essere andata via così senza neanche salutarmi”. Nessuno, nemmeno da adulto, gli svela la verità: gli dicono che la mamma è morta improvvisamente di infarto, che il suo cuore non ha retto. Poi succede che Massimo si afferma nel lavoro, è un bravo giornalista, sa scrivere di sport e di guerra, sa parlare dei sentimenti più intimi ai lettori. È continuo il flashback tra presente e passato. La guerra nella ex Jugoslavia, gli arresti di “mani pulite”, Canzonissima, le partite del Torino fanno da sfondo alle vicende personali del protagonista. Alcuni incontri sono decisivi, per dare un senso a quella sofferenza, a quella mancanza, di cui non si libera forse perché non ne comprende la ragione. Il professore di scienze (Roberto Herlitza, nelle vesti di un religioso, forse un gesuita) gli dice che “il se è il marchio dei falliti, in questa vita si diventa grandi nonostante”. Quello che bisogna avere è il coraggio. “Abbi coraggio” gli dice, ed è singolare la contrapposizione tra il suo personaggio e le sue parole e le “favole” semplici del prete amico di famiglia, per indorare la pillola della morte, sin da piccolo rifiutate da Massimo. “Un uomo felice non combinerà mai niente nella vita”, si sente dire da un uomo d’affari implicato in “mani pulite” al cui suicidio assisterà da vicino. Ed è così, perché Massimo nella vita ha successo, è bravo in ciò che fa, è capace di amare. E trova anche, casualmente (come accade) la donna giusta per lui. Quella a cui basta un istante per capirlo. Lei è un medico, razionale ma pietosa. Lo salva senza nemmeno conoscerlo dal suo primo attacco di panico. Rappresenta, nella storia, la verità, l’importanza di dirla. Mentre a Massimo, nemmeno da grande, nessuno ha avuto il coraggio di dirla la verità sulla morte della mamma. La scoprirà da solo e quel dolore di ritorno lo dovrà accettare, che è sempre meglio di un inutile e prolungato inganno. La fotografia è di Ciprì e nelle musiche originali c’è un pizzico di Abruzzo: l’orchestra Musica Applicata del conservatorio Casella dell’Aquila. Ho pensato, alla fine del film, forse una banalità, ma da ricordare: ciascuno di noi è formato dal “tipo” di madre che ha avuto. Anche per poco. L’impronta della gioia di vivere, oppure della severità, oppure della depressione della mamma che abbiamo avuto, anche per poco tempo, come Massimo Gramellini, ci rimane sulla pelle. Ad averne una che ha la gioia di vivere, si è davvero fortunati.




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