·Stupendi stipendi·

Le taglieremo. Le accorperemo. Risparmieremo. Il meraviglioso mondo in emo promesso dal presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso in campagna elettorale è finito contro un muro di dimenticheremo. Nessun taglio, nessuna razionalizzazione. Le cinque Ater sono ancora lì nonostante la legge di riforma approvata a maggio scorso: dovevano essere accorpate sotto un unico tetto. Abruzzo sviluppo e Sviluppo Italia, che più o meno fanno le stesse cose, continuano ad avere doppi organigrammi e doppio cda, nonostante i tentativi di accorpamento, tutti rispediti al mittente. E costano una marea di soldi. Non ce lo immaginiamo neanche.

Luciano D'Alfonso

Luciano D’Alfonso

Facciamo due conti. Dentro le Ater vive un altro mondo, che sono le Erp, i centri di edilizia residenziale pubblica. Un esempio: dentro l’Ater dell’Aquila c’è un amministratore unico, un presidente del collegio sindacale, due sindaci. E poi viene il bello: c’è un commissario Erp dell’Aquila, tre componenti Erp di Avezzano, uno dell’Aquila. E poi un presidente Erp di Avezzano, con due componenti Erp dell’Aquila, e poi c’è quello di Sulmona, con un presidente, due componenti dell’Aquila, cinque di Sulmona, uno di Avezzano, uno dell’Aquila e così via, moltiplicato per cinque Ater e cinque Erp, e venne il cane che si mangiò il gatto che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò. Una moltiplicazione surreale dei pesci e dei pani.

I pani tanti: perché molti di loro prendono solo un gettone di 30 euro a seduta, ma i presidenti sono ben stipendiati. Non tutti allo stesso modo, però: quello di Teramo, Lucio Di Timoteo, guadagna quasi 91 mila euro, contro il 12 mila del direttore di Pescara Giuseppina Di Tella. A cui bisogna aggiungere ex direttori, componenti commissione alloggi, presidente dei revisori e revisori.

A Teramo, badate bene, la perdita di esercizio nel 2013 è pari a 717.073,31, il commissario della Ater di Chieti ha appena chiesto alla Regione 6,7 milioni di euro per ripianare i conti dell’azienda disastrati anche dal mega stipendio dell’ex direttore Domenico Recchione. D’Alfonso aveva promesso che avrebbe messo le pagelle ai manager. Invece tutti promossi, fino ad ora. E lo sappiamo, gli uomini (e le donne) del presidente sono di destra preferibilmente, amici, con parenti illustri, possibilmente di giudici. E infatti.

Domenico Recchione

Domenico Recchione

Mario Amicone

Mario Amicone

Per l’Arta, tanto per dirne una, la Regione paga un contributo di finanziamento di quasi 14 milioni di euro. Il direttore generale, Mario Amicone, uomo di destra, è stato lasciato lì da D’Alfonso. Un debito di riconoscenza: l’unico che non gli aveva girato le spalle negli anni bui dell’inchiesta. Una mosca bianca, sarebbe stato l’unico a sopravvivere allo spoil system, promise D’Alfonso. Poi le mosche bianche sono diventate un esercito. Amicone guadagna una parte fissa di 68.563,00 euro e una parte variabile di 29.384,20 euro. Poi c’è lo stipendio del direttore amministrativo Marco Cacciagrano, e fanno altri 55 mila di base piu  23 mila euro di parte variabile. Più o meno come il direttore tecnico Giovanni Damiani, altri 55 mila più 24 mila. All’Arit, altra società che si occupa di informatica e telematica, il cui contributo di funzionamento è di un milione e centomila euro, il direttore generale Andrea Grilli prende una parte fissa di 75 mila 419 euro più una parte variabile di 32 mila 322 euro a cui vanno sommati i compensi del direttore amministrativo, altri 40.471,00 euro più 37 mila e rotti. Sono esempi, soltanto esempi.

Andrea Grilli

L’insediamento di Grilli all’Arit

La lista degli sprechi è molto ma molto più lunga. C’è il Ciapi, ci sono le Adsu, e poi le Asp, i consorzi di bonifica e annessi e connessi. Le perdite di esercizio e i contributi per la sopravvivenza sono un pugno allo stomaco (1 milione e 800 mila per Adsu dell’Aquila, 536 e rotti per quella di Teramo): con quei soldi si potrebbero risolvere tantissimi problemi di questa Regione. Ma proprio tanti.




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